Il ricettario distorto della composizione

gennaio 20, 2012 by Luca Francioso

Rolando Kapanny, Concerto d'archi, 2002

La composizione è un atto creativo. È un evento che va oltre il linguaggio con cui si compie. È una faccenda così misteriosa e profonda che spesso, spiegazioni e significati, sfuggono persino al compositore. Comporre non vuol dire soltanto mettere insieme dei suoni ed organizzarli in una sequenza più o meno ordinata, ma è un’arte che spinge i suoi artigiani oltre la fisicità delle cose, a metà tra corpo e spirito, lì dove le emozioni germogliano. Non esistono composizioni che si sottraggono a tale realtà, neppure le più spensierate o le più commerciali, perché qualsiasi melodia cela tra le sue note l’incontrollabile scintilla della condivisione, una benedizione benefica e terapeutica. Nessuno, neppure il più esperto tra gli artisti è in grado di controllarne a pieno energia e direzione, come spesso supponiamo di essere in grado di fare, perché in fondo, pur padroneggiandone la forma, non riusciremo mai a comprendere la reale sostanza della musica.
Naturalmente, convogliando tali forze in un linguaggio convenzionale come quello musicale, che è un po’ come voler farci stare l’intero oceano dentro una bottiglia di vetro, è normale che con il tempo le soluzioni compositive più usate si distinguano e vengano in superficie, cominciando anche a delineare un certa metodologia compositiva, spesso legata ad un luogo e a un tempo preciso. Ma questo processo è davvero sufficiente per asserire che l’arte della composizione è soggetta a delle regole oggettive e imprescindibili? Pensiamo realmente che esistano precetti per questo genere di cose?
Evidentemente sì. Anzi qualcuno ne è talmente convinto che ha fondato scuole di pensiero e di mattoni in cui insegnare tali precetti, incitando al giudizio di qualsiasi composizione attraverso la stretta lente di queste norme. Ma non è “strofa-ritornello-strofa” il tassativo camminamento sul quale una composizione deve passare per fare esplodere quella scintilla, neppure qualsiasi altra indicazione che spacciamo per regola. Non è consultando il ricettario distorto che ci affanniamo a compilare che otterremo musica, come se per comporre servisse necessariamente un chilo di quello e mezzo chilo di quell’altro. Non stiamo parlando di un cucinare un piatto o montare un mobile, ma di un’arte sublime di cui a malapena comprendiamo le complesse reazioni emotive che è in grado di suscitare. Saggio sarebbe, per i mestieranti della pedagogia e del giudizio, ridimensionare gli intenti a favore di una più umile visione d’insieme.
Sono certo che affrontare didatticamente la composizione può essere uno stimolo affascinante per chiunque, ma è un esercizio che può dare frutto solo se ci spogliamo della presunzione di voler insegnare a comporre e ci vestiamo della volontà di essere predisposti e curiosi, perché nuove soluzioni si nascondono sempre dietro ogni singolo suono, dietro ogni singola nota.
Tuttavia neppure questa consapevolezza ci consegnerà la chiave per comprendere a pieno la musica, perché la musica non va compresa. Si spreca solo tempo. La musica va suonata.


Chitarra Acustica, n. 1/2012, p. 9.

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