I tre occhi, il piccolo fucile e i cerchi sull’acqua

febbraio 12, 2010 by Luca Francioso

I cerchi sull'acqua

Sono appena tornato da Bologna, dopo un’intera giornata di musica e video nello studio di Reno, e già avverto l’urgenza di fermare su carta (su schermo, in effetti) le forti sensazioni vissute, prima che la notte ne sbiadisca il ricordo.
Quando nella tarda mattinata di oggi ho varcato la soglia di casa Brandoni, dopo l’ora di macchina sulla A13, ho ironicamente gridato al miracolo, considerati i due bidoni rifilati nel giro di un mese alla produzione. La febbre che ha mietuto vittime in casa mia, infatti, mi ha impedito di onorare gli appuntamenti presi in gennaio, con grande rammarico. Per il pacco e per la febbre. Ad ogni modo, ce l’ho fatta. Armato di Lanaro guitar e di una sana euforia, sono stato subito accolto dal solito calore mediterraneo di Reno e famiglia e mi sono sentito atteso, come un ospite gradito. Piacevolissima sensazione.
La prima ora è trascorsa leggera, tra vicendevoli racconti e preparativi tecnici, nello studio mansardato pieno zeppe di chitarre, dischi e computers. Si è condiviso i progetti attuali e futuri, storie di musica e famiglia, attese (tra otto mesi sarò di nuovo papà!) e timori, con quella serena e paciosa complicità che si crea tra due amici che non si vedono da tempo.
Alla fine è stata l’ora di sfoderare lo strumento e sedersi in postazione. Ammetto di essermi un po’ agitato di fronte ai tre occhi impassibili delle tre videocamere e al microfono che puntava come un piccolo fucile il suono della mia chitarra, come un condannato pronto all’esecuzione. È sempre così, quando devo registrare: perdo serenità e mi sento stretto dalla necessità di perfezione, inevitabilmente. Mi sento molto di più a mio agio di fronte alla gente, su un palco colorato di luci, imperfetto a volte, ma emotivamente più intenso. Su un palco si avvera e si compie il reale significato che io attribuisco all’arte: la condivisione. In uno studio, per quanto suggestivo possa essere, non condivido ma mi divido, fra me e me.
C’è una cosa, però, che mi spinge sempre al di là ogni difficoltà emotiva, in situazioni del genere (oltre all’odierno sostegno di Reno, gradito ed efficace, carico di slancio e passione), una cosa molto semplice, ma importante: i cerchi sull’acqua. Si butta un sasso e, nel breve tragitto tra la superficie dell’acqua e il fondale, il passaggio di quel sasso vive e rivive moltissime volte nell’eco dei cerchi, che diventano sempre più grandi e raggiungono crespature e riflessi sempre più lontani. La considero una magia grande, quella che il nostro tempo regala (anche se purtroppo non a tutti), l’opportunità cioè di diffondere quanto più possibile le emozioni, di luogo in luogo, semplicemente premendo il triangolino capovolto del play. Sarebbe impensabile, infatti, suonare e fare concerti in tutto il mondo, in tutte le piazze, in tutte le vie, in tutte le case, in tutti i salotti, in tutte le orecchie. Non credo basterebbe una vita. Ma un video, o un disco, arriva dove il musicista si ferma e questo lo trasforma in un preziosissimo cerchio sull’acqua che viaggia e fa vivere e rivivere una melodia.
Così, forte di questa convinzione, ho cominciato a registrare IN VIAGGIO, provando a dare il meglio di me. Così come con gli altri pezzi, AUTORITRATTO e LA TUTT’ALTRA LONTANANZA, registrati in rapida successione dopo la pausa pranzo. Devo dire che una nota di merito va agli spaghetti con le melanzane che mi sono ritrovato in tavola, una delizia siciliana che ha messo a tacere ogni cosa, musica compresa. Grazie a Flavia e a nonna Cettina.
Le prime difficoltà sono arrivate più tardi, con il brano AVER PAURA DI INNAMORARSI TROPPO, la cover di Lucio Battisti che appare nel CD 34 VOLTE AMORE di FINGERPICKING.NET, e le due videolezioni di IN VIAGGIO e LA TUTT’ALTRA LONTANANZA (in vendita nello store del sito). Qualche errore di troppo mi ha innervosito e ho dovuto ripetere più volte alcuni passaggi per ottimizzarne esecuzione e interpretazione.
Alla fine è andata. Stanchi e accaldati dal riscaldamento settato a mille (chiedere a Reno per i dettagli!), abbiamo rivisto il materiale e, sebbene le mie esecuzioni non siano tecnicamente perfette, i brani sono caldi e vivi come speravo. Inoltre, devo ammetterlo, mi ha davvero stupito la qualità audio e video dei filmati: in un mondo come quello della rete, troppo spesso pago di suoni distorti e di video amatoriali girati con i telefonini, chi punta su qualità e bellezza non fa che lanciare un sasso nell’acqua, attendendo paziente che i cerchi si espandino sempre più lontano.
Ora, davanti allo schermo del mio computer, nel silenzio assonnato di casa mia, proprio mentre Reno sta uploadando i video in rete, assaporo il retrogusto di questa esperienza arricchente nelle parole e nei ricordi di questo veloce resoconto, pronto a chiudere gli occhi e a perdermi nel sonno. Pronto ad un nuovo viaggio.

Lascia un commento

Alimenta la musica che ami, se puoi non copiarla

febbraio 2, 2010 by Luca Francioso

In inglese, "masterizzare" si traduce con la stessa parola usata per "bruciare"

Devo ammetterlo: ogni volta che vedo lo spot italiano contro la pirateria – non ruberesti mai un’auto, non ruberesti mai una borsa, non ruberesti mai un televisore – mi viene una voglia malsana di masterizzare musica e film su qualsiasi supporto, oltre all’irrefrenabile desiderio di rubare l’auto, la borsa e il televisore di chi lo spot lo ha concepito e confezionato, sebbene io sia un convinto sostenitore dell’originale – non ho niente di masterizzato – e un cittadino mediamente onesto – discutibile confessione, me ne rendo conto. Non posso credere che l’ultimo baluardo alla masterizzazione sia una sorta di ambiguo terrorismo contro la possibilità di reato, paragonato oltre tutto al furto con scasso di beni altrui in modo così superficiale. Come artista e divulgatore, figura per la cui difesa credo sia stato prodotto questo scempio – anche questa affermazione è piuttosto discutibile, ma voglio credere che sia così – mi sento danneggiato più che tutelato. Mettendo infatti sullo stesso piano la masterizzazione finalizzata al commercio illegale e malavitoso e la masterizzazione ad uso privato, si genera la confusione di intenti e scopi di cui il nostro tempo è vittima. Non sono sicuro se, nel corso della storia, siano stati i furbi a creare le leggi o le leggi a creare i furbi, ma di certo con questa iniziativa – probabilmente fotografia dettagliata di una mentalità molto italiana – non favorisce l’equilibrio necessario per risolvere il problema, se in effetti di problema si tratta. Lo spot catalano contro la masterizzazione – visto quasi per caso in un DVD – ha sicuramente un quid in più e con ogni probabilità ha colto nel segno. “Se credi che la tua idea abbia un valore, perché pensi diversamente di quella altrui?”. Questo è il cuore del suo messaggio. Oltre ad avere toni meno “aggressivi” – musica compresa – centra certamente la questione, perché il problema non è la masterizzazione in senso stretto, io credo, ma il fatto che niente ormai ha più un valore e la conseguente convinzione che quello che posso avere gratis – terribile parola a cui dovremmo sostituire gratuità – mi appartenga di diritto. Parlando da chi la musica prima di tutto la ascolta, pur faticando a comprare i supporti originali, non ho mai capito chi si lamenta del prezzo di un CD o un di DVD, come se esistesse in effetti un termine di paragone con cui rapportarsi. Cioè, in base a quale riferimento possiamo affermare che tali supporti sono troppo costosi? In base ad eMule? Beh, se il riferimento è eMule allora lo sono per forza. Ma se consideriamo l’ora di lavoro di un idraulico o di un meccanico, a cui paghiamo sempre materiale e mano d’opera, possiamo renderci conto di come, a conti fatti, il prezzo di un CD o un DVD sia più che altro una cifra forfettaria, visto che si paga quasi ed esclusivamente il materiale e mai la mano d’opera – sarebbe impensabile, infatti, quantificare le ore di lavoro dietro alla fattura di un disco o di un film – per non parlare del valore artistico, certamente da mettere al vaglio di molti fattori, ma quasi mai preso in considerazione in affermazioni del genere. Quindi non è per l’elevato costo degli originali che si masterizza – le altissime percentuali di chi non ha dato neanche un centesimo per scaricare opere di artisti più o meno blasonati, proposte in rete ad offerta libera, ne sono un’ulteriore dimostrazione – e chi è convinto che la cosa possa fare differenza a seconda di chi sono gli artisti, i produttori e la casa discografica è vittima di una grande illusione. Il punto della questione è che il problema del CD o del DVD non è che costa troppo, ma è che costa. In altre parole, siamo profondamente convinti che esistano delle cose a cui possiamo non dare un valore e che quindi ci spettano di diritto. Ma siamo noi stessi a confutare questo squilibrio, ogni volta che di fronte ad un oggetto che desideriamo fortemente non badiamo a spese pur di possederla oppure, meglio ancora, quando ci battiamo per difendere il valore – intrinseco ed economico – di una nostra idea che altri non riconoscono. Ecco dove lo spot italiano sbaglia e dove invece quello catalano centra il bersaglio. Rubare è l’essere consapevoli di sottrarre a qualcuno un bene che non appartiene a me ma ad un’altra persona, masterizzazione come unico fine è l’essere convinti che l’arte sia intrinsecamente di mia proprietà perché non ne riconosco il valore. È molto diverso, a pensarci bene, e molto più pericoloso. Anche perché, considerando la masterizzazione come una ricerca a largo raggio con lo scopo di scovare l’arte che la diversa sensibilità di ognuno sceglierà di valorizzare, non si può non affermare essere un palese e inconfutabile aiuto alla divulgazione artistica, soprattutto in questi anni di limbo, spettatori intontiti di una velocissima evoluzione tecnologica che sta annientando, di fatto, la distanza tra chi l’arte la crea e chi dell’arte usufruisce. È quando diventa unico fine della ricerca che diventa dannosa per tutti. Quando qualcuno mi svela che ha masterizzato un mio CD – ponendomi per un attimo dalla parte di chi la musica la compone e la divulga – non è rabbia che provo, ma una strana mistura di gioia e dispiacere, per la grazia di essere arrivati alle orecchie di una persona nuova e per la disgrazia di non esserle piaciuto abbastanza da decidere di darmi un valore. E allora: ALIMENTA LA MUSICA CHE AMI, SE PUOI NON COPIARLA, sempre e senza eccezioni. Perché amare una cosa significa darle valore e in questo modo la metti in circolo con forza. Sono fortemente convinto – non mi vergogno di apparire un sognatore: è quello che sono – che se tutti facessimo così, non passerebbe molto tempo prima che qualità e genuinità diventino la spinta ai nostri scopi.

5 commenti

Una domanda impertinente

gennaio 8, 2010 by Luca Francioso
Lo scrittore Claudio Imprudente

Lo scrittore Claudio Imprudente

Una serie di accadimenti perfettamente coordinati dalle sapienti mani della vita, mi ha condotto ad una domanda assai impertinente, una questione su cui – sebbene ci abbia pensato molto, a volte con attenzione e a volte distrattamente – ancora rifletto, come se una sola e definitiva risposta in effetti non bastasse.
L’intreccio degli episodi è cominciato con il racconto di un amico di vecchia data. Un amico con un sogno. È davvero confortante sapere che ci sono ancora persone pronte a rinunciare all’apparente sicurezza che il mondo continua a propinarci – simile ad uno scaltro venditore che le prova tutte pur di rifilare prodotti scadenti – per investire su ciò che prima o poi finisce con il rivelarsi talento e scopo della nostra vita. Ed è con questa meraviglia che ho ascoltato il sogno di Davide, un progetto individuale e sociale davvero importante che, se compiuto, avrebbe potuto cambiare totalmente il suo cammino. L’eventualità di questo sconvolgimento lo aveva spinto verso la guida di persone il cui simile progetto aveva già un posto e una forma e così, tra le parole di quel sogno, ho sentito per la prima volta parlare della comunità MARÀN ATHÀ, un gruppo di famiglie vicino Bologna che condivide tutto, dal tempo allo stipendio, non imbottigliati nel sottovuoto delle religioni, ma aperti al respiro della fede. Cosa assai diversa. Non è passato molto tempo da quel racconto per me così rivelante che io e Davide, spinti da un’urgenza differente ma comune, già stavamo parlando di un mio concerto in comunità. La cosa si è decisa talmente in fretta che da lì a qualche giorno tutto era confermato. Avrei suonato per le famiglie e la gente del posto.
L’intreccio è poi proseguito con una e-mail di qualche giorno dopo, in cui Giulia dell’associazione IL GERANIO di Prato chiedeva il mio intervento musicale ad un incontro che stava progettando per gli studenti di una scuola pratese con Claudio Imprudente. Avevo già conosciuto Claudio ad un incontro simile, a Camisano Vicentino, e il piacevole ricordo di quell’evento mi ha spinto subito a dare la mia disponibilità. In effetti mi faceva piacere rivederlo e riproporre qualcosa insieme, promessa – fra l’altro – che ci eravamo fatti. Una cosa però non capivo. Il nesso a cui il messaggio alludeva. Giulia si era riferita al mio prossimo concerto alla MARÀN ATHÀ (la rete aiuta molto la divulgazione, a quanto pare) quando aveva spiegato le strade che l’avevano condotta a me e proprio non ne intuivo la ragione.
Solo quando sono arrivato in comunità per il mio concerto, ultimo nodo di questo strano aggrovigliamento, e vedendo Claudio tra le famiglie, ho messo a fuoco tutta la faccenda, partita dal racconto di un sogno e arrivata alla condivisione di una realtà. Ora che sapevo che viveva lì, il mio intervento con lui a Prato si colorava di una nuova sfumatura, forte della certezza, sempre più ricca di esclamativi, che la vita gioca le sue pedine con astuzia e rara precisione.
Ed ecco la domanda impertinente che questo giro di avvenimenti ha distillato. Il tema dell’incontro a Prato: la disabilità è una sfiga o una sfida? L’ho letta più volte sullo schermo del mio computer, nella successiva e-mail di Giulia che mi informava sulle questioni tecniche, perché le domande apparentemente semplici nascondono insidie. La provocazione, infatti, mi aveva subito portato a rispondere quello che intuivo essere una risposta sensata, cioè che la disabilità è una sfida, ma ho aspettato prima di dirlo ad alta voce. Neppure in macchina, durante il viaggio la sera prima dell’incontro, ho sentenziato il mio verdetto, cominciando a dubitare che la risposta potesse essere una sola. E definitiva.
La mattina dopo, di fronte ai tantissimi sguardi dei ragazzi della scuola, attenti e distratti, curiosi e svogliati, accanto alla carrozzina di Claudio e alla sua lavagna trasparente e agli operatori che lo seguivano, non avevo ancora un’idea al riguardo. Ero agitato ed eccitato allo stesso tempo, non riuscivo a stare fermo! Le parole scambiate con Claudio poco prima dell’incontro erano servite a scegliere un modo quanto mai informale per proporre l’argomento, ma ritrovarmi davanti a tutto quel potenziale adolescenziale pronto ad essere espresso mi aveva comunque spiazzato. Mi accade sempre di fronte ai ragazzi: hanno una forza genuina e disarmante, soprattutto in gruppo, con cui riescono a metterti a nudo senza dire o fare niente, solo con qualche occhiata fra di loro o una risata trattenuta. È incredibile come ogni volta io mi senta esposto e indifeso. Neppure un teatro pieno zeppo di adulti mi fa questo effetto!
Ad ogni modo, il tentativo di stemperare la formalità ha dato subito un buon risultato, considerate le risate che qualche battuta di Claudio, degli operatori e mia ha suscitato. E l’incontro, in effetti, è proseguito senza intoppi emotivi, né nostri né dei ragazzi, che sembravano assorbire le parole e la musica come spugne. Spiavo con discrezione le loro occhiate curiose su Claudio e la sua disabilità, sui suoi metodi di comunicazione, e lentamente il loro slancio sincero e un po’ impacciato e le loro domande curiose hanno funzionato come uno spillo che ha fatto esplodere tutti i palloncini di disagio che avevo gonfiato, ritrovando l’agio nelle mani, sulla chitarra e nella voce. E lucidità.
Alla fine, grazie a questa fortissima interazione, mi è apparsa improvvisamente chiara la risposta a quella domanda impertinente, posta da Claudio e arrivata a me con quel giocoso e inevitabile incastro di situazioni. Mentre i ragazzi uscivano dall’Auditorium della scuola ho avvertito una profonda normalità nelle diversità di ciascuno: in quella di Claudio, più evidente agli occhi, in quella mia e in quella dei ragazzi, tutte miscelate in un’intensa condivisione. Ecco che allora sono arrivato a pensare che la disabilità non è né una sfida né una sfiga. È normale diversità. Sono sempre convinto che non ci sia una risposta unica e definitiva. Ma è così che la voglio vivere.

1 commento

L’esercizio che precede un concerto

dicembre 22, 2009 by Luca Francioso
L'urlo

L'URLO di Munch

È chiaro che per salire su un palco per proporre la propria arte in modo efficace si debba passare molto tempo a perfezionarne il linguaggio, così da non inciampare in errori che ne comprometterebbero la riuscita. Ma è anche vero che spesso il bagaglio tecnico del nostro talento può non bastare di fronte al potere catastrofico che può avere l’esplosione emotiva, il cui scoppio si percepisce anche molto tempo prima di trovarsi dietro le quinte.
Nel caso più specifico della musica e della chitarra, l’esercizio sullo strumento che precede un concerto non può non tenere conto dell’influenza che la forte emozione di suonare di fronte a qualcuno avrà sull’esibizione. Bisognerà tenere sempre presente, infatti, che le condizioni emotive con cui si avrà a che fare sul palco ridurranno di una percentuale piuttosto alta la capacità di concentrazione e il controllo sulle mani. Per cui uno dei modi più efficaci di affrontare la preparazione ad un concerto – è chiaro che non è il solo – è quello di separare l’aspetto tecnico da quello emotivo e concentrarcisi in tempi diversi.
In primo luogo, forse il passo più scontato, si dovrà lavorare sulla propria capacità tecnica in modo da dare al repertorio una certa sicurezza “fisica”. Lavorare, cioè, perché i brani siano il più possibile “puliti” in ogni passaggio, a tempo e che procedano fluidi e senza sgambetti per tutto il tempo della loro durata. In altre parole bisogna tendere alla perfezione. Attenzione: non diventare perfetti (nessuno lo è!), ma raggiungere il picco del nostro potenziale, così da affrontare il fattore emotivo con un certo margine.
Il mio primo insegnante di chitarra classica, infatti, mi diceva sempre che nella solitudine della mia stanza devo rendere al 130% perché in una stanza affollata il 30% delle mie capacità l’avrebbe succhiato l’emozione.
Ecco che diventa importantissimo avere nelle dita la mappatura completa e assimilata di tutti i passaggi di tutti i brani da eseguire, al meglio delle nostre capacità, così da non trovarsi scoperti in caso di perdita di concentrazione.
Ora, una volta ottimizzato l’aspetto tecnico e la fisicità del proprio potenziale, è necessario affrontare l’aspetto emotivo, forse quello più difficile e delicato da trattare.
L’abitudine infatti di intervenire direttamente sulle emozioni, con l’improbabile tentativo di controllarle, non aiuta lo scopo, anzi genera ulteriore disagio quando ci si accorge che in effetti cambia poco o niente.
Secondo la RET (Terapia Razionale-Emotiva), la teoria psicologica che sta alla base degli studi dei meccanismi mentali ed emotivi ideata dallo psicologo statunitense Albert Ellis, le reazioni emotive ad un qualsiasi evento dipendono dai pensieri che l’individuo fa sull’evento e non dall’evento stesso.
Se salendo su un autobus pieno di gente sentiste qualcuno colpirvi dolorosamente alla schiena e, voltandovi, vi accorgeste che a colpirvi è stato un ragazzo con evidenti problemi di deambulazione, non avreste la stessa reazione emotiva che avreste nell’eventualità che a colpirvi fosse stato un energumeno frettoloso e poco rispettoso della fila. In entrambi i casi l’evento, cioè Il colpo alla schiena, è lo stesso, ma le reazioni emotive sono diverse perché diversi sono i pensieri che le hanno generate.
Secondo la RET, dunque, se definiamo A l’evento, B i nostri pensieri al riguardo e C le emozioni, non è mai A a causare C, ma B.
Questa teoria ci aiuta a capire le dinamiche emozionali che si innescano spesso, anzi direi sempre, durante un concerto o anche più semplicemente durante l’esibizione casalinga di fronte ad un amico o ad un gruppo di amici. La forte emozione che ci fa tremare, che ci rende poco lucidi e che annebbia la concentrazione non è frutto di un carattere sensibile e oltremodo emotivo, ma è diretta conseguenza di un pensiero che la RET chiama “svalutazione globale di sé o degli altri”, cioè un rosario distruttivo di pensieri tipo: “non sono abbastanza bravo”, “ora sbaglio, ora sbaglio”, “cosa penseranno di me?”.
Appreso questo, quindi, non è lavorando sul controllo delle emozioni che si ritroverà la lucidità per portare a termine l’esibizione, perché è altamente improbabile intervenire sui danni di una bomba già esplosa, è piuttosto sui pensieri che si dovrà operare una manovra costruttiva, perché sono la miccia da spegnere.
Se sul palco (o in salotto con gli amici), prima di cominciare il primo pezzo, le mani tremano e la concentrazione non trova un punto d’appiglio su cui ancorarsi, non sarà provando a calmare l’agitazione che cambierà la reazione emotiva, ma innescando pensieri diversi di forza uguale e contraria a quelli distruttivi, per esempio: “un errore non farà di me un inetto”, “sto facendo del mio meglio”, “indipendentemente da ciò che la gente può pensare il mio potenziale non cambia”. Questo non è il tentativo di convincersi o, peggio, di illudersi che andrà tutto bene, ma è smascherare pensieri irreali e distruttivi e sostituirli con pensieri reali e costruttivi.
Certo questo lavoro di riconoscimento, attacco e trasformazione dei pensieri non è semplice, richiede una certa pratica e allenamento, perché si sarà sempre tentati di seguire i vecchi percorsi mentali e di agire quindi sull’emozione. Ma anche la tecnica dello strumento prevede pratica e allenamento e certo non è il barrè a fermare gli aspiranti chitarristi.
Le volte che sono riuscito ad applicare la RET ho notato che è cambiato completamente l’approccio alla serata: non c’è stata più paura dentro di me, ma quella sana scossa di elettricità in tutto il corpo che spinge ad eccellere e che qualcuno, a volte, scambia per presunzione. Non è che l’emozione è scomparsa, è rimasta, ma è diventata parte del gioco: non più un ostacolo, ma un sapore da gustare. Perché il punto non è non emozionarsi, il che è impossibile e comunque se così fosse credo che smetterei di suonare oggi stesso, ma è non esserne vittima. L’arte è condivisione emotiva non intralcio emotivo. Le volte infatti che sono rimasto vittima delle mie emozioni (spesso, in effetti!) la paura di sbagliare – soprattutto nelle occasioni importanti – ha annichilito le mani e annebbiato al vista, con il risultato di un concerto dallo schermo piatto, la cui condivisione non si è compiuta.

7 commenti

Il video live del brano IN VIAGGIO

novembre 27, 2009 by Luca Francioso Immagine anteprima YouTube

In questo video suono il brano IN VIAGGIO, tratto dal mio CD SCHIZZI SU CARTA (Velut luna, 2002), durante il concerto al Circolo FAHRENHEIT 451 di Padova (PD) il 14 novembre 2009. Questa versione video è stata registrata a 432Hz Natural Tuning con la COLOMBO GUITAR.

È stata una bella serata, condivisa con tanta gente, sebbene alle ore 22.05 il circolo fosse ancora del tutto vuoto. Seduti ad un tavolino, fra i tavolini muti e in penombra, c’eravamo solo io e Gigiuz (l’amico che mi segue sempre nei live) impegnati in sporadiche conversazioni con i gestori al di là del bancone del bar. Non un gran segnale, in effetti, considerato che il concerto era previsto alle ore 22.00. Poi, però, come spesso accade, da un momento all’altro come in un cambio improvviso di scena, ci siamo ritrovati stretti tra il calore e il chiacchiericcio di molta gente, arrivata in gruppi sparsi più o meno numerosi. Anche se sono sempre pronto a tutto, facendo parte del gioco la possibilità di suonare per pochissimi coraggiosi, non nascondo che la cosa ha dato conforto e vigore alla serata pronta a partorire, simile ad una madre felice ma incerta, il concerto per cui era stata preparata.
Un silenzio quasi surreale ha accolto il mio ingresso in scena. Solitamente birrerie e circoli condiscono con una certa indifferenza la presenza e le note del musicista di turno, subendone passivamente le intenzioni tra una birra e l’altra. Invece, con mia grande sorpresa e gratitudine, il jack che infilzava la COLOMBO GUITAR ha provocato una gradevole eco fra le mura del circolo. Piacevole rumore.
Nonostante il felice prologo, però, la prima parte del concerto non è stata delle migliori. Un po’ di imprecisione iniziale mi ha innervosito, causando una certa rigidità nell’esecuzione. Solo a metà serata sono riuscito a ritrovare l’agio sulle corde, aiutato soprattutto dalla risposta delle gente ricca d’affetto ed energia. Credo che nel mio cuore rimarrà impresso per giorni il lungo applauso che ha salutato l’accordo finale, segnale di una condivisione avvenuta.
Riguardando il video che ho postato riesco ancora a sentire quell’emozione forte e mi auguro che averlo divulgato aiuti ad allargare la condivisione.

2 commenti

432Hz, l’Accordatura Naturale

novembre 11, 2009 by Luca Francioso
Logo 432Hz

Il logo creato da Luca Francioso

Anche se nell’immaginario collettivo matematica e fisica rimangono un grosso e noioso problema da risolvere entro giugno, a causa il più delle volte della rigidità e della poca passione con cui vengono insegnate, in effetti i loro numeri e le loro regole sono alla base delle dinamiche del mondo in cui viviamo e, volenti o nolenti, prima o dopo finiamo col ritrovarle lungo il nostro cammino. A me che sono state propinate sempre come un dovere e un voto necessariamente alto da portare a casa, il giorno che ho scoperto la musica si sono invece rivelate fascinose, ridefinendo il mio interesse e la mia curiosità in merito. La musica, la matematica “emotiva” e la fisica “in movimento”, mi ha rapito con le sue leggi e con i suoi numeri e, tuttora, mi sento un ostaggio felice e un amante corrisposto.
Anche se mi ha sorpreso non poco, a pensarci bene, non c’è molto da stupirsi in quello che ho appreso e che sto per scrivere. Quanto segue, se fosse vero, non farebbe che confermare l’inesauribile mistero che si nasconde tra i numeri che governano lo spazio e il tempo che ci fanno da scenario e per le cui regole non si finisce mai di provare meraviglia.
Probabilmente quasi tutti conoscono la nota su cui tutta la musica moderna viene sincronizzata. Alzi la mano chi non ha mai sentito dire a un musicista: «Dammi un LA!». Come è molto probabile che sia di conoscenza comune anche la frequenza di questa nota, cioè 440Hz. Questa è la frequenza di riferimento che permette a tutti gli strumenti in circolazione di essere accordati allo stesso modo.
Purtroppo, però, in molti sono ad ignorarne le origini, e cioè che tale frequenza non è altro che una convenzione piuttosto recente, cioè si è scelto arbitrariamente che il LA a 440Hz sarebbe stata la frequenza di riferimento mondiale. È successo a Londra, nel 1953 (dopo il tentativo del ministro della propaganda nazista Joseph Goebbels, nel 1939, di ottenere lo stesso risultato).
In effetti il problema era noto e discusso già da anni.
Anche Verdi si era battuto perché la frequenza del corista (diapason) fosse uguale per tutti, vista la sua larga oscillazione da 435Hz fino addirittura a 450Hz, provocando tra le orchestre dell’epoca una differenza a volte pari a un semitono. Ecco quanto aveva scritto in una lettera, nel 1884, indirizzata alla commissione musicale del governo italiano:

«Fin da quando venne adottato in Francia il diapason normale (che allora si attestava a 435Hz, nda), io consigliai venisse seguito l’esempio anche da noi; e domandai formalmente alle orchestre di diverse città d’Italia, fra le altre quella della Scala, di abbassare il corista uniformandosi al normale francese.
Se la commissione musicale istituita dal nostro Governo crede, per esigenze matematiche, di ridurre le 435 vibrazioni del corista francese in 432, la differenza è così piccola, quasi impercettibile all’orecchio, ch’io aderisco di buon grado. Sarebbe grave, gravissimo errore, adottare come viene da Roma proposto un diapason di 450 vibrazioni.
Io pure sono d’opinione con lei che l’abbassamento del corista non toglie nulla alla sonorità ed al brio dell’esecuzione; ma dà al contrario qualche cosa di più nobile, di più pieno e maestoso che non potrebbero dare gli strilli di un corista troppo acuto.
Per parte mia vorrei che un solo corista venisse adottato in tutto il mondo musicale. La lingua musicale è universale: perché dunque la nota che ha nome LA a Parigi o a Milano dovrebbe diventare un SI bemolle a Roma?».

Nella lettera Verdi, che non ebbe successo nel suo tentativo, parlava di una riduzione che anche lui avrebbe visto di buon grado e cioè dal corista “normale” di 435Hz ad un corista di 432Hz, scrivendo al riguardo una frase di notevole importanza: “per esigenze matematiche”. Che cosa intendeva dire?
Per capirlo bene e con più chiarezza è necessario introdurre un’altra frequenza: quella di 8Hz.
Sulle oscillazioni di 8 cicli al secondo, in realtà, si potrebbero scrivere moltissime cose inerenti e di sicuro interessanti, ma per quello a cui si deve arrivare è sufficiente porre l’attenzione su tre realtà delle molte prese in considerazione dal materiale vario che ho consultato:
1) Solitamente le onde di consapevolezza “ordinarie” del cervello umano variano da 14Hz a 40Hz. In questo range operano solamente alcuni dendriti (le fibre minori del neurone che trasportano il segnale nervoso) delle cellule del cervello e utilizzano prevalentemente l’emisfero sinistro (quello più razionale) come centro di attività. Se i nostri due emisferi cerebrali si sincronizzassero alla frequenza di 8Hz lavorerebbero in modo uguale e con il flusso massimo di informazioni.
2) 8Hz è la frequenza di replicazione della doppia elica del DNA.
3) 8Hz è il “battito” fondamentale del pianeta, noto come “Risonanza fondamentale di cavità Schumann”: risonanze elettromagnetiche globali, cioè, eccitate dalle scariche elettriche dei fulmini nella cavità formata dalla superficie terrestre e dalla ionosfera.
Nella scala in cui il LA ha una frequenza di 440Hz, il DO è di circa 261,656Hz. Partendo dalla frequenza di 8Hz, invece, e salendo di cinque ottave, cioè percorrendo cinque volte le sette note della scala, si arriva ad una frequenza di 256Hz, scala in cui il LA ha una frequenza di 432Hz e non di 440Hz.
Se si suona il DO a 256Hz, per il principio delle armoniche (secondo cui a un suono prodotto si aggiungono multipli e sottomultipli di quella frequenza), anche i DO delle altre ottave cominceranno a vibrare per “simpatia”, facendo risuonare naturalmente la frequenza di 8Hz. Ecco perché il corista a 432 oscillazioni al secondo è definito “diapason scientifico” (oltre ad altri e numerosi motivi matematici), diapason che fu approvato all’unanimità al congresso dei musicisti italiani del 1881 e proposto dai fisici Sauveur, Meerens, Savart, e dagli scienziati italiani Montanelli e Grassi Landi. Al contrario, la frequenza scelta a Londra nel 1953 come frequenza di riferimento mondiale e su cui oggi tutta la musica viene sincronizzata, viene definita “disarmonica” perché non ha nessuna valenza scientifica con le leggi fisiche che regolano l’universo.
Una cosa da prendere attentamente in considerazione è che nell’universo tutto è energia in vibrazione. Ogni particella subatomica, atomo, struttura molecolare, cellula e organo del corpo, tutto vibra ad una determinata frequenza. Questa meravigliosa armonia rappresenta la propria e personale firma vibrazionale.
Molti medici e studiosi asseriscono che il motivo per cui una parte del corpo si ammala è perché la relativa frequenza si è alterata e, conseguentemente, il corpo vibra in modo disarmonico. L’essere in salute, secondo questi scienziati, è un vibrare all’unisono in modo armonico. Se si conosce la corretta frequenza di risonanza di un organo sano e la si proietta sulla parte malata, l’organo può tornare alla sua frequenza normale e quindi guarire. Se, al contrario, si proietta una frequenza disarmonica su un corpo sano, questo si ammala.
Dunque, secondo i dati fin qui raccolti, suonare e ascoltare musica sincronizzati a 432Hz farebbe risuonare il nostro corpo e la natura che lo circonda in modo naturale, donando un senso di pace e benessere, indipendentemente dalla durezza della musica che si è scelto di suonare o ascoltare.
Inoltre, considerando che la musica è “informazione”, vista la quantità di dati che crea un suono emesso, i dati che raggiungono il nostro campo di risonanza non si perderebbero tra le molecole di gas presenti nell’aria che trasportano il suono (perché incompatibili con la loro struttura molecolare) – cosa che accadrebbe suonando a 440Hz – ma raggiungerebbero il nostro campo di risonanza trasportando con sé tutte le informazioni.
Se ascoltare musica, quindi, sincronizzati sulla frequenza del “diapason scientifico” donerebbe beneficio all’intero pianeta e a chi lo abita, ascoltare musica sincronizzati su un “diapason disarmonico” provocherebbe dei danni, causando stress, comportamenti negativi e instabilità emotiva.
Visti gli effetti collaterali agghiaccianti di questa teoria (pensate a tutta la musica che ascoltiamo ogni giorno!), credo che all’ipotesi vada concesso più che un semplice beneficio del dubbio, anche perché, se fosse tutto vero, molto dovrebbe essere ripreso in considerazione, perfino la musicoterapia, il cui scopo è proprio quello di dare beneficio.
Anche dal passato emergono interessanti notizie che rafforzerebbero questa ipotesi: da alcuni studi, infatti, è emerso che gli strumenti musicali arcaici usati dagli Egiziani, così come pure nell’antica Grecia, erano in gran parte sincronizzati a 432Hz. Pare che perfino l’originale violino Stradivari sia stato costruito per suonare a 432Hz.
La RIVOLUZIONE OMEGA, chiamata così dal padre di queste teorie, Ananda M. Bosman (dal cui libro 432Hz – RIVOLUZIONE OMEGA ho estratto molto materiale per questo articolo, assieme a quello estratto dagli studi, reperibili online, del musicista e scienziato Andrea Doria, www.automiribelli.org), è il tentativo di moltissimi studiosi e musicisti (spesso entrambe le cose) di riportare il corista a 432Hz e ad una accordatura standard naturale.
Ad onor di cronaca, va scritto che sono molti i promotori della RIVOLUZIONE OMEGA ad essere convinti che ogni interferenza in merito, passata e presente, sia una cospirazione da parte di un certo potere mirata a portare la frequenza di riferimento lontano dai 432Hz, così da creare persone emotivamente instabili e quindi più facilmente controllabili.
Personalmente, lasciando per il momento da parte la questione del complotto (verso la quale nutro sentimenti contrastanti), guardo all’intera faccenda con profonda umiltà e molta curiosità, oltre ad uno smisurato rispetto per tutti gli studi al riguardo, fatti e in corso, da parte di scienziati e musicisti.
Da oltre un anno sto provando a suonare e a comporre  accordato in 432Hz e devo dire che la differenza si percepisce: dopo la prima impressione quasi di ebbrezza, si avverte un suono più caldo e piacevole, anche se non posso affermare con certezza che sia scientificamente utile al mio organismo e alla natura. Credo, in effetti, che in casi come questi, valutati i dati scientifici esibiti per dare credito alla teoria, sia infine una questione di fede.
Io mi sto ponendo il problema.

16 commenti

Lo specchio

ottobre 13, 2009 by Luca Francioso


ATTRAVERSO LO SPECCHIO di Chema Madoz

ATTRAVERSO LO SPECCHIO di Chema Madoz

Riflessioni sulla divulgazione artistica di questo tempo

“Gli artisti sono la cronaca e i tromboni del tempo”, diceva Shakespeare in Amleto. L’arte non è che il buco nel muro che ti permette di sbirciare con grande efficacia lo scenario di un’epoca. A guardar bene, in effetti, puoi scorgerne le dinamiche sociali, le ragioni e le sventure politiche, gli ideali, ogni taciuta ossessione e perversione, la bellezza dei dettagli, l’incanto di prodigi di uomini al confine, gli squilibri, le speranze e i progetti per il futuro. Ogni cosa può essere rivelata.
L’artista, dunque, è un imprevedibile storico intento a scrivere il resoconto dettagliato del mondo in cui vive. Anche se a volte non lo sa. Chissà se Leonardo ne era consapevole, o Michelangelo, o Mozart oppure Beethoven. Considerato il carattere eccentrico di qualcuno di loro forse sì, ma quello che mi affascina, alla fine di quanto considerato, è immaginare l’artista – la notte in cui la sua opera viene conclusa – di fronte al suo manufatto, intento ad osservarla: si rende conto dell’importanza storica che ha quell’opera d’arte, quell’unico e insostituibile tassello (piccolo o grande che sia) che compone il puzzle del mondo e dell’epoca in cui vive? E ora mi chiedo: e noi, ne siamo coscienti? Cosa leggerà la gente fra cento anni tra le pennellate, i versi e le note di questo tempo? Cosa rivelerà questo buco nel muro?
Chiaro che non so rispondere. Questi ultimi anni sono schizzati via e spesso siamo rimasti a guardare senza capirci un granché, frastornati dai cambiamenti. Affascinati dalla nuova tecnologia, schivi alle novità, ci muoviamo tra il fagocitare qualsiasi cosa che parli di futuro e il rifiutare il nuovo per paura di perdere le buone e vecchie abitudini. Parliamo con il mondo, ma ci evitiamo in ascensore, ci segnaliamo la postazione di una volante ma ci ammazziamo per una precedenza, scendiamo in piazza per rivendicare il nostro salario e poi masterizziamo i CDs. Sono tempi strani, ma comunque nostri!
In questo trambusto l’arte genera specchi su cui fermarsi e riflettere. La sua direzione è la direzione del mondo. Bello o brutto che sia, i suoi lineamenti contraddittori vengono delineati dallo spazio in cui è generata. Anche se, tuttavia, non si può non considerare che in ogni opera d’arte è nascosto il biglietto per una destinazione nuova e sconosciuta, ma solo a volte riusciamo a vederlo, e solo in pochi.
L’evoluzione veloce, pratica e squilibrata della divulgazione artistica (e non, chiaramente), non può che parlare di questo tempo, a pensarci bene. Volontà, praticità e furbizia non potevano che generare un’interconnessione virtuale dentro cui vivere un modo diverso, divulgare in modo diverso, amare in modo diverso.
Ecco che internet è diventato un mezzo indispensabile per la nostra vita quotidiana, annientando infiniti passaggi e creando il passaggio diretto di informazioni. Di tutte le informazione, anche artistiche. Così, tra il creare un’opera d’arte e il divulgarla non c’è più spazio alcuno. L’informazione è diretta. Lo strettissimo collo d’imbuto – attraverso cui una volta dovevano passare tutte le opere d’arte per trovare lo sbocco della divulgazione – si allarga a vista d’occhio, diventa un’enorme tunnel dove passa tutto. Proprio tutto.
Non è più necessario, dunque, alzarsi dalla sedia di fronte al computer, uscire di casa, prendere la macchina, trovare il parcheggio, entrare in un negozio di dischi, far la fila alla cassa e pagare (anche perché molti artisti di talento nel circuito dei negozi non sono mai entrati). I passaggi dall’alzarsi dalla sedia di fronte al computer al pagare sono stati annientati. Basta un clic! (Beh, forse anche il pagare è stato saltato).
Così il vantaggio per un’artista è pari al vantaggio di un amante dell’arte: entrambi possono arrivare all’altro più facilmente e più velocemente. Purtroppo a volte a vincere è lo squilibrio di cui siamo capaci, e spesso più che cercarsi i due si rubano a vicenda.
Di queste enorme possibilità e dei suoi squilibri vivono anche i miei tentativi di proporre la mia musica. Conoscendo bene i miei limiti ma non ponendone ai miei sogni, conscio delle regole e dei pericoli che si nascondo dietro ogni novità, provo a sfruttare a pieno le nuove divulgazioni, sperando che gli indizi che si lasciano dietro le mie opere siano utili ad una futura lettura di questo tempo.

 

Lascia un commento

  Luca Francioso

«Conosco bene i miei limiti, ma non ne pongo mai ai miei sogni». (L.F.)