DISTANZE, il videoclip ufficiale

luglio 14, 2010 by Luca Francioso

Immagine anteprima YouTube

L’importanza di diffondere materiale video musicale, in questi tempi in cui la rete fornisce una grande opportunità divulgativa con siti come YouTube, sta crescendo in modo esponenziale. Infatti, alla curiosità di conoscere l’attività artistica di un musicista, corrisponde sempre più spesso la calzante ricerca di video che diano l’opportunità non solo di ascoltare, ma anche di vedere l’artista all’opera, gratificando in questo modo e con più efficacia il desiderio di condivisione e di conoscenza. Questa soluzione, in effetti, è sempre stata presa in considerazione dagli artisti e dall’industria discografica, fin dai primi videoclip televisivi, ma la possibilità di scegliere tempi e modi di visualizzazione e di visionare non solo i videoclip ufficiali, ma soprattutto varie esperienze live dell’artista (a volte addirittura esecuzioni riprese sul divano di casa), rende l’esperienza dei video online un’occasione di gran lunga più interessante e coinvolgente.
Queste riflessioni mi hanno spinto di recente a incrementare la produzione di video della mia proposta divulgativa, così da allargare il più possibile quella finestra che separa l’artista dal mondo. A brani video ripresi nel mio studio ho alternato video che spaziano da registrazioni live a videolezioni prodotte da Fingerpicking.net, da promo divulgativi a veri e propri videoclip (tutti reperibili nel mio canale YouTube), riscontrando un interessante aumento di feedback.
Associando spesso la mia musica a immagini o a storie scritte o disegnate, è l’idea del videoclip, però, ad essere l’esperienza che più gratifica la mia sensibilità, per la possibilità che fornisce di raccontare delle vere e proprie storie e di intrecciarle con forza alle note. Ecco che, all’interno del mio progetto 12 BIRRE – Un thriller tra i post, ho scelto di girare il videoclip del mio brano DISTANZE, colonna sonora del libro.
Per interpretare Ettore Silenzio (protagonista del libro) nella scena in cui scrive la lettera da cui tutta la vicenda ha inizio, ho coinvolto l’attore padovano Filippo Tognazzo, artista dotato di grande esperienza e sensibilità che ha contribuito non poco alla stesura della sceneggiatura, mentre dietro l’occhio della videocamera c’è il giovane Alberto Micaglio, aspirante cantautore di Padova e videomaker semiprofessionista. Le riprese sono state effettuate in Villa Todeschini di Noventa Padovana (PD), una villa veneta del 1700 ricca di fascino e storia.
Di certo non avrei mai creduto, non essendo il mio mestiere, che dietro a neanche tre minuti di video ci potessero essere ore e ore di lavoro: più di un’ora di girato, diversi incontri con l’attore e il regista per la pre-produzione, dieci ore di produzione e altrettante di post-produzione. Un’esperienza davvero importante per me, sia da un punto di vista artistico, ma anche da un punto di vista umano. Ed è davvero con grande orgoglio che condivido su questo blog il frutto di tanto lavoro, proprio sul sito che ha creduto con forza a tutto il progetto 12 BIRRE. Buona visione.

1 commento

DISTANZE, colonna sonora di 12 BIRRE

maggio 11, 2010 by Luca Francioso

La copertina di DISTANZE disegnata da Lorenza Troian

Proprio non ce l’ho fatta, la tentazione è stata troppo forte. Come non scrivere un pezzo per il libro 12 BIRRE, che parla di tre chitarristi fingerstyle? Anche in passato non ho saputo resistere a simili “pruriti” (THE SHOW, libro e CD, 2005), ma questa volta ho provato a spingermi oltre, alimentando senza riserve o limiti quel fuoco che arde dentro di me ogni volta che si presenta una nuova sfida compositiva. Avendo provato a scrivere 12 BIRRE con un linguaggio il più possibile vicino alle evocazioni di un film, ho voluto con tutte le mie forze scrivere un pezzo che avesse il “profumo” di colonna sonora, in tutti i sensi, coinvolgendo quindi anche l’impatto sonoro di un’orchestra “pesante”, di sessanta o settanta elementi. Di questa follia ho parlato subito con Reno (il capo della baracca, per intenderci. 12 birre in persona!), all’inizio ammorbidendo l’idea con la prospettiva di un quartetto d’archi, ma già con questa soluzione minimale la produzione è sembrata molto impegnativa, tanto da scoraggiare il sogno iniziale. Abbiamo discusso a lungo sulle possibilità di realizzazione di DISTANZE, senza però trovare soluzioni adeguate a tempi e possibilità, con mio grande rammarico. Poi, quando ormai mi ero rassegnato alla soluzione di una versione solo chitarra, quasi all’unisono io e Reno abbiamo lanciato le intenzioni verso direzioni impensabili fino a qualche anno fa, almeno per me, legato come sono alla genuinità del suono acustico. Campionamenti orchestrali. Sarebbe stato plausibile un simile azzardo? O sarebbe stato ridicolo?
Tra le crespature di dubbi e domande, improvvisamente è emerso un ricordo dal fondale della memoria, un regalo che un caro amico e grande musicista, Giko Pavan, mi aveva fatto circa un paio d’anni fa, quando, per provare la sua nuova libreria di campionamenti dell’orchestra di Vienna (Vienna Symphon IC Library), aveva realizzato l’arrangiamento di CAMELIA, un mio pezzo tratto dal CD LUOGHI (Fingerpicking.net, 2004), peraltro da lui registrato. Nonostante la meraviglia per la verosimiglianza del suono campionato e la gratitudine per l’arrangiamento davvero ben realizzato, avevo archiviato il pezzo con la speranza di poterne fare in futuro una versione con l’orchestra vera. Ma ripreso in mano per “testare” le opportunità dell’arrangiamento di DISTANZE, non solo mi sono convinto dell’efficacia della soluzione, ma ho addirittura pubblicato il singolo CAMELIA (orchestral version) nel mio sito, in download gratuito.
Ho subito contattato Giko, gli ho proposto il lavoro e dopo nemmeno un paio di settimane il pezzo era pronto. Nell’ascoltarlo in cuffia per la prima volta ad occhi chiusi mi è sembrato realmente di essere davanti ai settantaquattro musicisti che Giko ha immaginato per il suo arrangiamento ed è stata un’emozione fortissima. Anche Reno è rimasto entusiasta del risultato e questo è stato per me un ulteriore gratificazione.
Ora l’EP DISTANZE, contenente le due versioni del pezzo: chitarra solo e chitarra e orchestra, è disponibile nello shop digitale di Fingerpicking.net, nello store del mio sito internet e anche su iTunes. Prima di augurarvi un buon ascolto, ecco le notizie tecniche dell’arrangiamento, con le specifiche di tutti gli strumenti utilizzati. Buona musica.

Orchestra: 12 violini primi, 12 violini secondi, 10 viole, 8 violoncelli, 6 contrabbassi, 1 ottavino, 2 flauti, 2 oboi, 1 oboe d’amore, 2 clarinetti, corno inglese, 2 fagotti, 1 controfagotto, 4 trombe, 4 tromboni, 6 corni, 1 tuba, 1 arpa, percussioni (timpani, gran cassa, piatti, rullante, piastre, gong, legnetti e triangoli).

Lascia un commento

Ma chi sono gli “emergenti”?

aprile 26, 2010 by Luca Francioso

Il labirintico sentiero degli "emergenti"

Esiste uno strano limbo in cui un artista si ritrova agli inizi della sua proposta pubblica, un primo stadio di notorietà le cui condizioni di evoluzione e durata sono insolite e strettamente legate agli ingranaggi del mercato a cui si rivolge. Chi si sosta all’interno di questo perimetro invisibile viene da tutti definito “emergente”. Ma cosa vuol dire questo termine? Chi sono realmente gli “emergenti”? Un chiarimento credo sia necessario, perché il termine “emergente” è fonte di una serie di atteggiamenti che il mondo assume nei confronti di chi viene marchiato con questa etichetta, a volte indelebile. Da che cosa si deve emergere? Dall’anonimato? Serve dunque nuotare in apnea verso la superficie e rimanere costantamente e faticosamente a galla per essere notati? Sembrerebbe di sì, percorrendo a rapido volo d’uccello tutte le discipline artistiche. Ma è davvero così stretto il collo d’imbuto dell’attenzione collettiva, tanto che solo se si “emerge” si è degni di attenzione? Considerando che il talento spesso non è sinonimo di notorietà e viceversa, allora cosa significa “emergente”?
Io credo che sia una faccenda piuttosto importante, non tanto per l’etimologia del termine, quanto per la considerazione e il rispetto che questo marchio conferisce all’artista in questione, soprattutto agli occhi dei committenti. Di frequente, infatti, si piange povertà quando si tratta di riconoscere ad un “emergente” un lavoro, usando con astuzia la promessa (o il ricatto) di un’amplificata visibilità. In sostanza, se vieni etichettato come “emergente”, è del tutto giustificata l’assenza di ogni forma di pagamento a beneficio di un’importante vetrina, per la quale poco manca che debba essere tu a pagare un tributo per poter godere dell’occasione.
Ma giocare sulle emozioni e sui sogni di qualcuno, prospettandogli un grande pubblico per non pagarlo, così da conservare le risorse per gli artisti “emersi” e avere nel contempo un numero sostanzioso di “emergenti” per dimostrare che si dà spazio alle nuove voci, è un atteggiamento ingordo e poco corretto. Vorrei vedere un giorno tutti gli artisti “emergenti” dire no a questa routine, sarebbe il giorno in cui forse cambierebbe qualcosa al riguardo.

8 commenti

Prima chitarra: scelta accurata

marzo 23, 2010 by Luca Francioso

La prima chitarra: scelta accurata

Troppo spesso sento dire da genitori di piccoli e aspiranti chitarristi la parola “chitarra da studio” riferita per lo più a strumenti in compensato super economici e quasi impossibili da suonare, più o meno dei giocattoli che non gravano sul portafogli familiare, ma che non hanno niente a che fare con il concetto di studio.
Questo ormai obsoleto luogo comune, come un ritornello di una canzone poco riuscita, mi suona nelle orecchie da quando anche i miei genitori ne hanno cantato qualche verso, spinti anche loro dal comprensibile timore che un ragazzino, circondato da mille attrazioni, possa perdere presto interesse. In effetti di frequente accade che uno strumento venga seppellito in cantina perché la curiosità del suo apprendista esecutore ha tirato le cuoia prima di esalare il primo accordo, e il rammarico dei genitori solitamente è pari alla soddisfazione di non aver speso cifre esose per un capriccio passeggero del figlio.
Il fatto è, però, che uno strumento di pessima fattura non agevola affatto l’apprendimento, anzi molto spesso ne ostacola il percorso, rendendo difficile ciò che è semplice e impossibile ciò che è difficile. Ecco che al primo barrè anche i più volenterosi studenti potrebbero arrendersi di fronte al dolore fisico e all’impostazione sbilenca che strumenti economici causano. È vero che a volte il talento non viene fermato neppure da chitarre di compensato, ma è altrettanto vero che non sempre sono i più talentuosi a regalare musica raffinata, di conseguenza credo che vada tutelata la possibilità di riuscita di ogni mano, anche la meno portata, con un’accurata scelta del primo strumento e non con l’acquisto ottuso di una chitarra qualsiasi, purché economica.
Non dico certo che la “chitarra da studio” debba per forza essere uno strumento di liuteria, ma vero è che migliore è la fattura costruttiva della chitarra con cui si studia, migliore sarà il risultato dello studente.
Dall’altra parte, invece, c’è chi pensa che un cospicuo investimento corrisponda sempre e senza eccezioni al migliore strumento in commercio. Inutile dire che non è così. Più volte ho visto chitarre dal nome imbarazzante avere più personalità di chitarre rinomate.
È l’equilibrio fra il budget a disposizione e la qualità della chitarra la soluzione a cui aspirare.

2 commenti

Anteprima 12 BIRRE – UN THRILLER TRA I POST di Luca Francioso

marzo 18, 2010 by Luca Francioso

La copertina di 12 BIRRE - UN THRILLER TRA I POST disegnata da Lorenza Troian

Era da tempo che ci pensavo, direi più o meno da quando conosco e collaboro con FINGERPICKING.NET, e come tutte le idee che hanno vagabondato per anni lungo i sentieri della mia immaginazione, anche questa ha scelto da sé modalità e tempi di fioritura, meticolosa e paziente. Così, ad Aprile di quest’anno, tra i post di questo blog finalmente pubblicherò un romanzo a puntate dal titolo 12 BIRRE – UN THRILLER TRA I POST. 21 puntate in 21 post, uno ogni lunedì (dal 19 aprile), che racconteranno la storia di tre chitarristi e del segreto che, la notte del 22 dicembre 1984, ha cambiato la loro vita per sempre. I tre personaggi sono liberamente ispirati a Reno Brandoni (12 birre), a Stefan Grossman e a John Renbourn, alla loro musica e alle loro tournée, e sono calati in un reale contesto storico, quello chitarristico di quegli anni, sebbene l’intera vicenda sia frutto di fantasia. Alla loro storia si intreccerà, in modo sempre più inevitabile, quella di Ettore Majorana, il fisico italiano misteriosamente scomparso nel nulla nel 1938, su quel filo sottile sospeso tra realtà e ipotesi.
Scritto per lo più di notte, tra dicembre 2009 e febbraio 2010, il libro mi ha intrappolato tra i suoi personaggi e i suoi misteri per giorni, trascinandomi in un mondo in cui a volte mi sono perduto, ma in cui con loro ho patito, gioito e suonato.
Per il libro ho composto anche un brano per chitarra acustica inedito (vedi il video), dal titolo DISTANZE, che ho pensato sulla scia della storia.
Visita la sezione 12 BIRRE – UN THRILLER TRA I POST per leggere tutte le puntate. Buona lettura.

http://fingerpicking.net/file/fvideo/francioso-distanze-800.flv

1 commento

I tre occhi, il piccolo fucile e i cerchi sull’acqua

febbraio 12, 2010 by Luca Francioso

I cerchi sull

Sono appena tornato da Bologna, dopo un’intera giornata di musica e video nello studio di Reno, e già avverto l’urgenza di fermare su carta (su schermo, in effetti) le forti sensazioni vissute, prima che la notte ne sbiadisca il ricordo.
Quando nella tarda mattinata di oggi ho varcato la soglia di casa Brandoni, dopo l’ora di macchina sulla A13, ho ironicamente gridato al miracolo, considerati i due bidoni rifilati nel giro di un mese alla produzione. La febbre che ha mietuto vittime in casa mia, infatti, mi ha impedito di onorare gli appuntamenti presi in gennaio, con grande rammarico. Per il pacco e per la febbre. Ad ogni modo, ce l’ho fatta. Armato di Lanaro guitar e di una sana euforia, sono stato subito accolto dal solito calore mediterraneo di Reno e famiglia e mi sono sentito atteso, come un ospite gradito. Piacevolissima sensazione.
La prima ora è trascorsa leggera, tra vicendevoli racconti e preparativi tecnici, nello studio mansardato pieno zeppe di chitarre, dischi e computers. Si è condiviso i progetti attuali e futuri, storie di musica e famiglia, attese (tra otto mesi sarò di nuovo papà!) e timori, con quella serena e paciosa complicità che si crea tra due amici che non si vedono da tempo.
Alla fine è stata l’ora di sfoderare lo strumento e sedersi in postazione. Ammetto di essermi un po’ agitato di fronte ai tre occhi impassibili delle tre videocamere e al microfono che puntava come un piccolo fucile il suono della mia chitarra, come un condannato pronto all’esecuzione. È sempre così, quando devo registrare: perdo serenità e mi sento stretto dalla necessità di perfezione, inevitabilmente. Mi sento molto di più a mio agio di fronte alla gente, su un palco colorato di luci, imperfetto a volte, ma emotivamente più intenso. Su un palco si avvera e si compie il reale significato che io attribuisco all’arte: la condivisione. In uno studio, per quanto suggestivo possa essere, non condivido ma mi divido, fra me e me.
C’è una cosa, però, che mi spinge sempre al di là ogni difficoltà emotiva, in situazioni del genere (oltre all’odierno sostegno di Reno, gradito ed efficace, carico di slancio e passione), una cosa molto semplice, ma importante: i cerchi sull’acqua. Si butta un sasso e, nel breve tragitto tra la superficie dell’acqua e il fondale, il passaggio di quel sasso vive e rivive moltissime volte nell’eco dei cerchi, che diventano sempre più grandi e raggiungono crespature e riflessi sempre più lontani. La considero una magia grande, quella che il nostro tempo regala (anche se purtroppo non a tutti), l’opportunità cioè di diffondere quanto più possibile le emozioni, di luogo in luogo, semplicemente premendo il triangolino capovolto del play. Sarebbe impensabile, infatti, suonare e fare concerti in tutto il mondo, in tutte le piazze, in tutte le vie, in tutte le case, in tutti i salotti, in tutte le orecchie. Non credo basterebbe una vita. Ma un video, o un disco, arriva dove il musicista si ferma e questo lo trasforma in un preziosissimo cerchio sull’acqua che viaggia e fa vivere e rivivere una melodia.
Così, forte di questa convinzione, ho cominciato a registrare IN VIAGGIO, provando a dare il meglio di me. Così come con gli altri pezzi, AUTORITRATTO e LA TUTT’ALTRA LONTANANZA, registrati in rapida successione dopo la pausa pranzo. Devo dire che una nota di merito va agli spaghetti con le melanzane che mi sono ritrovato in tavola, una delizia siciliana che ha messo a tacere ogni cosa, musica compresa. Grazie a Flavia e a nonna Cettina.
Le prime difficoltà sono arrivate più tardi, con il brano AVER PAURA DI INNAMORARSI TROPPO, la cover di Lucio Battisti che appare nel CD 34 VOLTE AMORE di FINGERPICKING.NET, e le due videolezioni di IN VIAGGIO e LA TUTT’ALTRA LONTANANZA (in vendita nello store del sito). Qualche errore di troppo mi ha innervosito e ho dovuto ripetere più volte alcuni passaggi per ottimizzarne esecuzione e interpretazione.
Alla fine è andata. Stanchi e accaldati dal riscaldamento settato a mille (chiedere a Reno per i dettagli!), abbiamo rivisto il materiale e, sebbene le mie esecuzioni non siano tecnicamente perfette, i brani sono caldi e vivi come speravo. Inoltre, devo ammetterlo, mi ha davvero stupito la qualità audio e video dei filmati: in un mondo come quello della rete, troppo spesso pago di suoni distorti e di video amatoriali girati con i telefonini, chi punta su qualità e bellezza non fa che lanciare un sasso nell’acqua, attendendo paziente che i cerchi si espandino sempre più lontano.
Ora, davanti allo schermo del mio computer, nel silenzio assonnato di casa mia, proprio mentre Reno sta uploadando i video in rete, assaporo il retrogusto di questa esperienza arricchente nelle parole e nei ricordi di questo veloce resoconto, pronto a chiudere gli occhi e a perdermi nel sonno. Pronto ad un nuovo viaggio.

Lascia un commento

Alimenta la musica che ami, se puoi non copiarla

febbraio 2, 2010 by Luca Francioso

In inglese, "masterizzare" si traduce con la stessa parola usata per "bruciare"

Devo ammetterlo: ogni volta che vedo lo spot italiano contro la pirateria – non ruberesti mai un’auto, non ruberesti mai una borsa, non ruberesti mai un televisore – mi viene una voglia malsana di masterizzare musica e film su qualsiasi supporto, oltre all’irrefrenabile desiderio di rubare l’auto, la borsa e il televisore di chi lo spot lo ha concepito e confezionato, sebbene io sia un convinto sostenitore dell’originale – non ho niente di masterizzato – e un cittadino mediamente onesto – discutibile confessione, me ne rendo conto. Non posso credere che l’ultimo baluardo alla masterizzazione sia una sorta di ambiguo terrorismo contro la possibilità di reato, paragonato oltre tutto al furto con scasso di beni altrui in modo così superficiale. Come artista e divulgatore, figura per la cui difesa credo sia stato prodotto questo scempio – anche questa affermazione è piuttosto discutibile, ma voglio credere che sia così – mi sento danneggiato più che tutelato. Mettendo infatti sullo stesso piano la masterizzazione finalizzata al commercio illegale e malavitoso e la masterizzazione ad uso privato, si genera la confusione di intenti e scopi di cui il nostro tempo è vittima. Non sono sicuro se, nel corso della storia, siano stati i furbi a creare le leggi o le leggi a creare i furbi, ma di certo con questa iniziativa – probabilmente fotografia dettagliata di una mentalità molto italiana – non favorisce l’equilibrio necessario per risolvere il problema, se in effetti di problema si tratta. Lo spot catalano contro la masterizzazione – visto quasi per caso in un DVD – ha sicuramente un quid in più e con ogni probabilità ha colto nel segno. “Se credi che la tua idea abbia un valore, perché pensi diversamente di quella altrui?”. Questo è il cuore del suo messaggio. Oltre ad avere toni meno “aggressivi” – musica compresa – centra certamente la questione, perché il problema non è la masterizzazione in senso stretto, io credo, ma il fatto che niente ormai ha più un valore e la conseguente convinzione che quello che posso avere gratis – terribile parola a cui dovremmo sostituire gratuità – mi appartenga di diritto. Parlando da chi la musica prima di tutto la ascolta, pur faticando a comprare i supporti originali, non ho mai capito chi si lamenta del prezzo di un CD o un di DVD, come se esistesse in effetti un termine di paragone con cui rapportarsi. Cioè, in base a quale riferimento possiamo affermare che tali supporti sono troppo costosi? In base ad eMule? Beh, se il riferimento è eMule allora lo sono per forza. Ma se consideriamo l’ora di lavoro di un idraulico o di un meccanico, a cui paghiamo sempre materiale e mano d’opera, possiamo renderci conto di come, a conti fatti, il prezzo di un CD o un DVD sia più che altro una cifra forfettaria, visto che si paga quasi ed esclusivamente il materiale e mai la mano d’opera – sarebbe impensabile, infatti, quantificare le ore di lavoro dietro alla fattura di un disco o di un film – per non parlare del valore artistico, certamente da mettere al vaglio di molti fattori, ma quasi mai preso in considerazione in affermazioni del genere. Quindi non è per l’elevato costo degli originali che si masterizza – le altissime percentuali di chi non ha dato neanche un centesimo per scaricare opere di artisti più o meno blasonati, proposte in rete ad offerta libera, ne sono un’ulteriore dimostrazione – e chi è convinto che la cosa possa fare differenza a seconda di chi sono gli artisti, i produttori e la casa discografica è vittima di una grande illusione. Il punto della questione è che il problema del CD o del DVD non è che costa troppo, ma è che costa. In altre parole, siamo profondamente convinti che esistano delle cose a cui possiamo non dare un valore e che quindi ci spettano di diritto. Ma siamo noi stessi a confutare questo squilibrio, ogni volta che di fronte ad un oggetto che desideriamo fortemente non badiamo a spese pur di possederla oppure, meglio ancora, quando ci battiamo per difendere il valore – intrinseco ed economico – di una nostra idea che altri non riconoscono. Ecco dove lo spot italiano sbaglia e dove invece quello catalano centra il bersaglio. Rubare è l’essere consapevoli di sottrarre a qualcuno un bene che non appartiene a me ma ad un’altra persona, masterizzazione come unico fine è l’essere convinti che l’arte sia intrinsecamente di mia proprietà perché non ne riconosco il valore. È molto diverso, a pensarci bene, e molto più pericoloso. Anche perché, considerando la masterizzazione come una ricerca a largo raggio con lo scopo di scovare l’arte che la diversa sensibilità di ognuno sceglierà di valorizzare, non si può non affermare essere un palese e inconfutabile aiuto alla divulgazione artistica, soprattutto in questi anni di limbo, spettatori intontiti di una velocissima evoluzione tecnologica che sta annientando, di fatto, la distanza tra chi l’arte la crea e chi dell’arte usufruisce. È quando diventa unico fine della ricerca che diventa dannosa per tutti. Quando qualcuno mi svela che ha masterizzato un mio CD – ponendomi per un attimo dalla parte di chi la musica la compone e la divulga – non è rabbia che provo, ma una strana mistura di gioia e dispiacere, per la grazia di essere arrivati alle orecchie di una persona nuova e per la disgrazia di non esserle piaciuto abbastanza da decidere di darmi un valore. E allora: ALIMENTA LA MUSICA CHE AMI, SE PUOI NON COPIARLA, sempre e senza eccezioni. Perché amare una cosa significa darle valore e in questo modo la metti in circolo con forza. Sono fortemente convinto – non mi vergogno di apparire un sognatore: è quello che sono – che se tutti facessimo così, non passerebbe molto tempo prima che qualità e genuinità diventino la spinta ai nostri scopi.

5 commenti

Una domanda impertinente

gennaio 8, 2010 by Luca Francioso
Lo scrittore Claudio Imprudente

Lo scrittore Claudio Imprudente

Una serie di accadimenti perfettamente coordinati dalle sapienti mani della vita, mi ha condotto ad una domanda assai impertinente, una questione su cui – sebbene ci abbia pensato molto, a volte con attenzione e a volte distrattamente – ancora rifletto, come se una sola e definitiva risposta in effetti non bastasse.
L’intreccio degli episodi è cominciato con il racconto di un amico di vecchia data. Un amico con un sogno. È davvero confortante sapere che ci sono ancora persone pronte a rinunciare all’apparente sicurezza che il mondo continua a propinarci – simile ad uno scaltro venditore che le prova tutte pur di rifilare prodotti scadenti – per investire su ciò che prima o poi finisce con il rivelarsi talento e scopo della nostra vita. Ed è con questa meraviglia che ho ascoltato il sogno di Davide, un progetto individuale e sociale davvero importante che, se compiuto, avrebbe potuto cambiare totalmente il suo cammino. L’eventualità di questo sconvolgimento lo aveva spinto verso la guida di persone il cui simile progetto aveva già un posto e una forma e così, tra le parole di quel sogno, ho sentito per la prima volta parlare della comunità MARÀN ATHÀ, un gruppo di famiglie vicino Bologna che condivide tutto, dal tempo allo stipendio, non imbottigliati nel sottovuoto delle religioni, ma aperti al respiro della fede. Cosa assai diversa. Non è passato molto tempo da quel racconto per me così rivelante che io e Davide, spinti da un’urgenza differente ma comune, già stavamo parlando di un mio concerto in comunità. La cosa si è decisa talmente in fretta che da lì a qualche giorno tutto era confermato. Avrei suonato per le famiglie e la gente del posto.
L’intreccio è poi proseguito con una e-mail di qualche giorno dopo, in cui Giulia dell’associazione IL GERANIO di Prato chiedeva il mio intervento musicale ad un incontro che stava progettando per gli studenti di una scuola pratese con Claudio Imprudente. Avevo già conosciuto Claudio ad un incontro simile, a Camisano Vicentino, e il piacevole ricordo di quell’evento mi ha spinto subito a dare la mia disponibilità. In effetti mi faceva piacere rivederlo e riproporre qualcosa insieme, promessa – fra l’altro – che ci eravamo fatti. Una cosa però non capivo. Il nesso a cui il messaggio alludeva. Giulia si era riferita al mio prossimo concerto alla MARÀN ATHÀ (la rete aiuta molto la divulgazione, a quanto pare) quando aveva spiegato le strade che l’avevano condotta a me e proprio non ne intuivo la ragione.
Solo quando sono arrivato in comunità per il mio concerto, ultimo nodo di questo strano aggrovigliamento, e vedendo Claudio tra le famiglie, ho messo a fuoco tutta la faccenda, partita dal racconto di un sogno e arrivata alla condivisione di una realtà. Ora che sapevo che viveva lì, il mio intervento con lui a Prato si colorava di una nuova sfumatura, forte della certezza, sempre più ricca di esclamativi, che la vita gioca le sue pedine con astuzia e rara precisione.
Ed ecco la domanda impertinente che questo giro di avvenimenti ha distillato. Il tema dell’incontro a Prato: la disabilità è una sfiga o una sfida? L’ho letta più volte sullo schermo del mio computer, nella successiva e-mail di Giulia che mi informava sulle questioni tecniche, perché le domande apparentemente semplici nascondono insidie. La provocazione, infatti, mi aveva subito portato a rispondere quello che intuivo essere una risposta sensata, cioè che la disabilità è una sfida, ma ho aspettato prima di dirlo ad alta voce. Neppure in macchina, durante il viaggio la sera prima dell’incontro, ho sentenziato il mio verdetto, cominciando a dubitare che la risposta potesse essere una sola. E definitiva.
La mattina dopo, di fronte ai tantissimi sguardi dei ragazzi della scuola, attenti e distratti, curiosi e svogliati, accanto alla carrozzina di Claudio e alla sua lavagna trasparente e agli operatori che lo seguivano, non avevo ancora un’idea al riguardo. Ero agitato ed eccitato allo stesso tempo, non riuscivo a stare fermo! Le parole scambiate con Claudio poco prima dell’incontro erano servite a scegliere un modo quanto mai informale per proporre l’argomento, ma ritrovarmi davanti a tutto quel potenziale adolescenziale pronto ad essere espresso mi aveva comunque spiazzato. Mi accade sempre di fronte ai ragazzi: hanno una forza genuina e disarmante, soprattutto in gruppo, con cui riescono a metterti a nudo senza dire o fare niente, solo con qualche occhiata fra di loro o una risata trattenuta. È incredibile come ogni volta io mi senta esposto e indifeso. Neppure un teatro pieno zeppo di adulti mi fa questo effetto!
Ad ogni modo, il tentativo di stemperare la formalità ha dato subito un buon risultato, considerate le risate che qualche battuta di Claudio, degli operatori e mia ha suscitato. E l’incontro, in effetti, è proseguito senza intoppi emotivi, né nostri né dei ragazzi, che sembravano assorbire le parole e la musica come spugne. Spiavo con discrezione le loro occhiate curiose su Claudio e la sua disabilità, sui suoi metodi di comunicazione, e lentamente il loro slancio sincero e un po’ impacciato e le loro domande curiose hanno funzionato come uno spillo che ha fatto esplodere tutti i palloncini di disagio che avevo gonfiato, ritrovando l’agio nelle mani, sulla chitarra e nella voce. E lucidità.
Alla fine, grazie a questa fortissima interazione, mi è apparsa improvvisamente chiara la risposta a quella domanda impertinente, posta da Claudio e arrivata a me con quel giocoso e inevitabile incastro di situazioni. Mentre i ragazzi uscivano dall’Auditorium della scuola ho avvertito una profonda normalità nelle diversità di ciascuno: in quella di Claudio, più evidente agli occhi, in quella mia e in quella dei ragazzi, tutte miscelate in un’intensa condivisione. Ecco che allora sono arrivato a pensare che la disabilità non è né una sfida né una sfiga. È normale diversità. Sono sempre convinto che non ci sia una risposta unica e definitiva. Ma è così che la voglio vivere.

1 commento

L’esercizio che precede un concerto

dicembre 22, 2009 by Luca Francioso
L'urlo

L'URLO di Munch

È chiaro che per salire su un palco per proporre la propria arte in modo efficace si debba passare molto tempo a perfezionarne il linguaggio, così da non inciampare in errori che ne comprometterebbero la riuscita. Ma è anche vero che spesso il bagaglio tecnico del nostro talento può non bastare di fronte al potere catastrofico che può avere l’esplosione emotiva, il cui scoppio si percepisce anche molto tempo prima di trovarsi dietro le quinte.
Nel caso più specifico della musica e della chitarra, l’esercizio sullo strumento che precede un concerto non può non tenere conto dell’influenza che la forte emozione di suonare di fronte a qualcuno avrà sull’esibizione. Bisognerà tenere sempre presente, infatti, che le condizioni emotive con cui si avrà a che fare sul palco ridurranno di una percentuale piuttosto alta la capacità di concentrazione e il controllo sulle mani. Per cui uno dei modi più efficaci di affrontare la preparazione ad un concerto – è chiaro che non è il solo – è quello di separare l’aspetto tecnico da quello emotivo e concentrarcisi in tempi diversi.
In primo luogo, forse il passo più scontato, si dovrà lavorare sulla propria capacità tecnica in modo da dare al repertorio una certa sicurezza “fisica”. Lavorare, cioè, perché i brani siano il più possibile “puliti” in ogni passaggio, a tempo e che procedano fluidi e senza sgambetti per tutto il tempo della loro durata. In altre parole bisogna tendere alla perfezione. Attenzione: non diventare perfetti (nessuno lo è!), ma raggiungere il picco del nostro potenziale, così da affrontare il fattore emotivo con un certo margine.
Il mio primo insegnante di chitarra classica, infatti, mi diceva sempre che nella solitudine della mia stanza devo rendere al 130% perché in una stanza affollata il 30% delle mie capacità l’avrebbe succhiato l’emozione.
Ecco che diventa importantissimo avere nelle dita la mappatura completa e assimilata di tutti i passaggi di tutti i brani da eseguire, al meglio delle nostre capacità, così da non trovarsi scoperti in caso di perdita di concentrazione.
Ora, una volta ottimizzato l’aspetto tecnico e la fisicità del proprio potenziale, è necessario affrontare l’aspetto emotivo, forse quello più difficile e delicato da trattare.
L’abitudine infatti di intervenire direttamente sulle emozioni, con l’improbabile tentativo di controllarle, non aiuta lo scopo, anzi genera ulteriore disagio quando ci si accorge che in effetti cambia poco o niente.
Secondo la RET (Terapia Razionale-Emotiva), la teoria psicologica che sta alla base degli studi dei meccanismi mentali ed emotivi ideata dallo psicologo statunitense Albert Ellis, le reazioni emotive ad un qualsiasi evento dipendono dai pensieri che l’individuo fa sull’evento e non dall’evento stesso.
Se salendo su un autobus pieno di gente sentiste qualcuno colpirvi dolorosamente alla schiena e, voltandovi, vi accorgeste che a colpirvi è stato un ragazzo con evidenti problemi di deambulazione, non avreste la stessa reazione emotiva che avreste nell’eventualità che a colpirvi fosse stato un energumeno frettoloso e poco rispettoso della fila. In entrambi i casi l’evento, cioè Il colpo alla schiena, è lo stesso, ma le reazioni emotive sono diverse perché diversi sono i pensieri che le hanno generate.
Secondo la RET, dunque, se definiamo A l’evento, B i nostri pensieri al riguardo e C le emozioni, non è mai A a causare C, ma B.
Questa teoria ci aiuta a capire le dinamiche emozionali che si innescano spesso, anzi direi sempre, durante un concerto o anche più semplicemente durante l’esibizione casalinga di fronte ad un amico o ad un gruppo di amici. La forte emozione che ci fa tremare, che ci rende poco lucidi e che annebbia la concentrazione non è frutto di un carattere sensibile e oltremodo emotivo, ma è diretta conseguenza di un pensiero che la RET chiama “svalutazione globale di sé o degli altri”, cioè un rosario distruttivo di pensieri tipo: “non sono abbastanza bravo”, “ora sbaglio, ora sbaglio”, “cosa penseranno di me?”.
Appreso questo, quindi, non è lavorando sul controllo delle emozioni che si ritroverà la lucidità per portare a termine l’esibizione, perché è altamente improbabile intervenire sui danni di una bomba già esplosa, è piuttosto sui pensieri che si dovrà operare una manovra costruttiva, perché sono la miccia da spegnere.
Se sul palco (o in salotto con gli amici), prima di cominciare il primo pezzo, le mani tremano e la concentrazione non trova un punto d’appiglio su cui ancorarsi, non sarà provando a calmare l’agitazione che cambierà la reazione emotiva, ma innescando pensieri diversi di forza uguale e contraria a quelli distruttivi, per esempio: “un errore non farà di me un inetto”, “sto facendo del mio meglio”, “indipendentemente da ciò che la gente può pensare il mio potenziale non cambia”. Questo non è il tentativo di convincersi o, peggio, di illudersi che andrà tutto bene, ma è smascherare pensieri irreali e distruttivi e sostituirli con pensieri reali e costruttivi.
Certo questo lavoro di riconoscimento, attacco e trasformazione dei pensieri non è semplice, richiede una certa pratica e allenamento, perché si sarà sempre tentati di seguire i vecchi percorsi mentali e di agire quindi sull’emozione. Ma anche la tecnica dello strumento prevede pratica e allenamento e certo non è il barrè a fermare gli aspiranti chitarristi.
Le volte che sono riuscito ad applicare la RET ho notato che è cambiato completamente l’approccio alla serata: non c’è stata più paura dentro di me, ma quella sana scossa di elettricità in tutto il corpo che spinge ad eccellere e che qualcuno, a volte, scambia per presunzione. Non è che l’emozione è scomparsa, è rimasta, ma è diventata parte del gioco: non più un ostacolo, ma un sapore da gustare. Perché il punto non è non emozionarsi, il che è impossibile e comunque se così fosse credo che smetterei di suonare oggi stesso, ma è non esserne vittima. L’arte è condivisione emotiva non intralcio emotivo. Le volte infatti che sono rimasto vittima delle mie emozioni (spesso, in effetti!) la paura di sbagliare – soprattutto nelle occasioni importanti – ha annichilito le mani e annebbiato al vista, con il risultato di un concerto dallo schermo piatto, la cui condivisione non si è compiuta.

7 commenti

Il video live del brano IN VIAGGIO

novembre 27, 2009 by Luca Francioso Immagine anteprima YouTube

In questo video suono il brano IN VIAGGIO, tratto dal mio CD SCHIZZI SU CARTA (Velut luna, 2002), durante il concerto al Circolo FAHRENHEIT 451 di Padova (PD) il 14 novembre 2009. Questa versione video è stata registrata a 432Hz Natural Tuning con la COLOMBO GUITAR.

È stata una bella serata, condivisa con tanta gente, sebbene alle ore 22.05 il circolo fosse ancora del tutto vuoto. Seduti ad un tavolino, fra i tavolini muti e in penombra, c’eravamo solo io e Gigiuz (l’amico che mi segue sempre nei live) impegnati in sporadiche conversazioni con i gestori al di là del bancone del bar. Non un gran segnale, in effetti, considerato che il concerto era previsto alle ore 22.00. Poi, però, come spesso accade, da un momento all’altro come in un cambio improvviso di scena, ci siamo ritrovati stretti tra il calore e il chiacchiericcio di molta gente, arrivata in gruppi sparsi più o meno numerosi. Anche se sono sempre pronto a tutto, facendo parte del gioco la possibilità di suonare per pochissimi coraggiosi, non nascondo che la cosa ha dato conforto e vigore alla serata pronta a partorire, simile ad una madre felice ma incerta, il concerto per cui era stata preparata.
Un silenzio quasi surreale ha accolto il mio ingresso in scena. Solitamente birrerie e circoli condiscono con una certa indifferenza la presenza e le note del musicista di turno, subendone passivamente le intenzioni tra una birra e l’altra. Invece, con mia grande sorpresa e gratitudine, il jack che infilzava la COLOMBO GUITAR ha provocato una gradevole eco fra le mura del circolo. Piacevole rumore.
Nonostante il felice prologo, però, la prima parte del concerto non è stata delle migliori. Un po’ di imprecisione iniziale mi ha innervosito, causando una certa rigidità nell’esecuzione. Solo a metà serata sono riuscito a ritrovare l’agio sulle corde, aiutato soprattutto dalla risposta delle gente ricca d’affetto ed energia. Credo che nel mio cuore rimarrà impresso per giorni il lungo applauso che ha salutato l’accordo finale, segnale di una condivisione avvenuta.
Riguardando il video che ho postato riesco ancora a sentire quell’emozione forte e mi auguro che averlo divulgato aiuti ad allargare la condivisione.

2 commenti

  Luca Francioso

«Conosco bene i miei limiti, ma non ne pongo mai ai miei sogni». (L.F.)

Fingerpicking.net SrL - P. IVA 03025351200 numero REA - BO - 485569