Alimenta la musica che ami, se puoi non copiarla

febbraio 2, 2010 by Luca Francioso

In inglese, "masterizzare" si traduce con la stessa parola usata per "bruciare"

Devo ammetterlo: ogni volta che vedo lo spot italiano contro la pirateria – non ruberesti mai un’auto, non ruberesti mai una borsa, non ruberesti mai un televisore – mi viene una voglia malsana di masterizzare musica e film su qualsiasi supporto, oltre all’irrefrenabile desiderio di rubare l’auto, la borsa e il televisore di chi lo spot lo ha concepito e confezionato, sebbene io sia un convinto sostenitore dell’originale – non ho niente di masterizzato – e un cittadino mediamente onesto – discutibile confessione, me ne rendo conto. Non posso credere che l’ultimo baluardo alla masterizzazione sia una sorta di ambiguo terrorismo contro la possibilità di reato, paragonato oltre tutto al furto con scasso di beni altrui in modo così superficiale. Come artista e divulgatore, figura per la cui difesa credo sia stato prodotto questo scempio – anche questa affermazione è piuttosto discutibile, ma voglio credere che sia così – mi sento danneggiato più che tutelato. Mettendo infatti sullo stesso piano la masterizzazione finalizzata al commercio illegale e malavitoso e la masterizzazione ad uso privato, si genera la confusione di intenti e scopi di cui il nostro tempo è vittima. Non sono sicuro se, nel corso della storia, siano stati i furbi a creare le leggi o le leggi a creare i furbi, ma di certo con questa iniziativa – probabilmente fotografia dettagliata di una mentalità molto italiana – non favorisce l’equilibrio necessario per risolvere il problema, se in effetti di problema si tratta. Lo spot catalano contro la masterizzazione – visto quasi per caso in un DVD – ha sicuramente un quid in più e con ogni probabilità ha colto nel segno. “Se credi che la tua idea abbia un valore, perché pensi diversamente di quella altrui?”. Questo è il cuore del suo messaggio. Oltre ad avere toni meno “aggressivi” – musica compresa – centra certamente la questione, perché il problema non è la masterizzazione in senso stretto, io credo, ma il fatto che niente ormai ha più un valore e la conseguente convinzione che quello che posso avere gratis – terribile parola a cui dovremmo sostituire gratuità – mi appartenga di diritto. Parlando da chi la musica prima di tutto la ascolta, pur faticando a comprare i supporti originali, non ho mai capito chi si lamenta del prezzo di un CD o un di DVD, come se esistesse in effetti un termine di paragone con cui rapportarsi. Cioè, in base a quale riferimento possiamo affermare che tali supporti sono troppo costosi? In base ad eMule? Beh, se il riferimento è eMule allora lo sono per forza. Ma se consideriamo l’ora di lavoro di un idraulico o di un meccanico, a cui paghiamo sempre materiale e mano d’opera, possiamo renderci conto di come, a conti fatti, il prezzo di un CD o un DVD sia più che altro una cifra forfettaria, visto che si paga quasi ed esclusivamente il materiale e mai la mano d’opera – sarebbe impensabile, infatti, quantificare le ore di lavoro dietro alla fattura di un disco o di un film – per non parlare del valore artistico, certamente da mettere al vaglio di molti fattori, ma quasi mai preso in considerazione in affermazioni del genere. Quindi non è per l’elevato costo degli originali che si masterizza – le altissime percentuali di chi non ha dato neanche un centesimo per scaricare opere di artisti più o meno blasonati, proposte in rete ad offerta libera, ne sono un’ulteriore dimostrazione – e chi è convinto che la cosa possa fare differenza a seconda di chi sono gli artisti, i produttori e la casa discografica è vittima di una grande illusione. Il punto della questione è che il problema del CD o del DVD non è che costa troppo, ma è che costa. In altre parole, siamo profondamente convinti che esistano delle cose a cui possiamo non dare un valore e che quindi ci spettano di diritto. Ma siamo noi stessi a confutare questo squilibrio, ogni volta che di fronte ad un oggetto che desideriamo fortemente non badiamo a spese pur di possederla oppure, meglio ancora, quando ci battiamo per difendere il valore – intrinseco ed economico – di una nostra idea che altri non riconoscono. Ecco dove lo spot italiano sbaglia e dove invece quello catalano centra il bersaglio. Rubare è l’essere consapevoli di sottrarre a qualcuno un bene che non appartiene a me ma ad un’altra persona, masterizzazione come unico fine è l’essere convinti che l’arte sia intrinsecamente di mia proprietà perché non ne riconosco il valore. È molto diverso, a pensarci bene, e molto più pericoloso. Anche perché, considerando la masterizzazione come una ricerca a largo raggio con lo scopo di scovare l’arte che la diversa sensibilità di ognuno sceglierà di valorizzare, non si può non affermare essere un palese e inconfutabile aiuto alla divulgazione artistica, soprattutto in questi anni di limbo, spettatori intontiti di una velocissima evoluzione tecnologica che sta annientando, di fatto, la distanza tra chi l’arte la crea e chi dell’arte usufruisce. È quando diventa unico fine della ricerca che diventa dannosa per tutti. Quando qualcuno mi svela che ha masterizzato un mio CD – ponendomi per un attimo dalla parte di chi la musica la compone e la divulga – non è rabbia che provo, ma una strana mistura di gioia e dispiacere, per la grazia di essere arrivati alle orecchie di una persona nuova e per la disgrazia di non esserle piaciuto abbastanza da decidere di darmi un valore. E allora: ALIMENTA LA MUSICA CHE AMI, SE PUOI NON COPIARLA, sempre e senza eccezioni. Perché amare una cosa significa darle valore e in questo modo la metti in circolo con forza. Sono fortemente convinto – non mi vergogno di apparire un sognatore: è quello che sono – che se tutti facessimo così, non passerebbe molto tempo prima che qualità e genuinità diventino la spinta ai nostri scopi.

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Lo specchio

ottobre 13, 2009 by Luca Francioso


ATTRAVERSO LO SPECCHIO di Chema Madoz

ATTRAVERSO LO SPECCHIO di Chema Madoz

Riflessioni sulla divulgazione artistica di questo tempo

“Gli artisti sono la cronaca e i tromboni del tempo”, diceva Shakespeare in Amleto. L’arte non è che il buco nel muro che ti permette di sbirciare con grande efficacia lo scenario di un’epoca. A guardar bene, in effetti, puoi scorgerne le dinamiche sociali, le ragioni e le sventure politiche, gli ideali, ogni taciuta ossessione e perversione, la bellezza dei dettagli, l’incanto di prodigi di uomini al confine, gli squilibri, le speranze e i progetti per il futuro. Ogni cosa può essere rivelata.
L’artista, dunque, è un imprevedibile storico intento a scrivere il resoconto dettagliato del mondo in cui vive. Anche se a volte non lo sa. Chissà se Leonardo ne era consapevole, o Michelangelo, o Mozart oppure Beethoven. Considerato il carattere eccentrico di qualcuno di loro forse sì, ma quello che mi affascina, alla fine di quanto considerato, è immaginare l’artista – la notte in cui la sua opera viene conclusa – di fronte al suo manufatto, intento ad osservarla: si rende conto dell’importanza storica che ha quell’opera d’arte, quell’unico e insostituibile tassello (piccolo o grande che sia) che compone il puzzle del mondo e dell’epoca in cui vive? E ora mi chiedo: e noi, ne siamo coscienti? Cosa leggerà la gente fra cento anni tra le pennellate, i versi e le note di questo tempo? Cosa rivelerà questo buco nel muro?
Chiaro che non so rispondere. Questi ultimi anni sono schizzati via e spesso siamo rimasti a guardare senza capirci un granché, frastornati dai cambiamenti. Affascinati dalla nuova tecnologia, schivi alle novità, ci muoviamo tra il fagocitare qualsiasi cosa che parli di futuro e il rifiutare il nuovo per paura di perdere le buone e vecchie abitudini. Parliamo con il mondo, ma ci evitiamo in ascensore, ci segnaliamo la postazione di una volante ma ci ammazziamo per una precedenza, scendiamo in piazza per rivendicare il nostro salario e poi masterizziamo i CDs. Sono tempi strani, ma comunque nostri!
In questo trambusto l’arte genera specchi su cui fermarsi e riflettere. La sua direzione è la direzione del mondo. Bello o brutto che sia, i suoi lineamenti contraddittori vengono delineati dallo spazio in cui è generata. Anche se, tuttavia, non si può non considerare che in ogni opera d’arte è nascosto il biglietto per una destinazione nuova e sconosciuta, ma solo a volte riusciamo a vederlo, e solo in pochi.
L’evoluzione veloce, pratica e squilibrata della divulgazione artistica (e non, chiaramente), non può che parlare di questo tempo, a pensarci bene. Volontà, praticità e furbizia non potevano che generare un’interconnessione virtuale dentro cui vivere un modo diverso, divulgare in modo diverso, amare in modo diverso.
Ecco che internet è diventato un mezzo indispensabile per la nostra vita quotidiana, annientando infiniti passaggi e creando il passaggio diretto di informazioni. Di tutte le informazione, anche artistiche. Così, tra il creare un’opera d’arte e il divulgarla non c’è più spazio alcuno. L’informazione è diretta. Lo strettissimo collo d’imbuto – attraverso cui una volta dovevano passare tutte le opere d’arte per trovare lo sbocco della divulgazione – si allarga a vista d’occhio, diventa un’enorme tunnel dove passa tutto. Proprio tutto.
Non è più necessario, dunque, alzarsi dalla sedia di fronte al computer, uscire di casa, prendere la macchina, trovare il parcheggio, entrare in un negozio di dischi, far la fila alla cassa e pagare (anche perché molti artisti di talento nel circuito dei negozi non sono mai entrati). I passaggi dall’alzarsi dalla sedia di fronte al computer al pagare sono stati annientati. Basta un clic! (Beh, forse anche il pagare è stato saltato).
Così il vantaggio per un’artista è pari al vantaggio di un amante dell’arte: entrambi possono arrivare all’altro più facilmente e più velocemente. Purtroppo a volte a vincere è lo squilibrio di cui siamo capaci, e spesso più che cercarsi i due si rubano a vicenda.
Di queste enorme possibilità e dei suoi squilibri vivono anche i miei tentativi di proporre la mia musica. Conoscendo bene i miei limiti ma non ponendone ai miei sogni, conscio delle regole e dei pericoli che si nascondo dietro ogni novità, provo a sfruttare a pieno le nuove divulgazioni, sperando che gli indizi che si lasciano dietro le mie opere siano utili ad una futura lettura di questo tempo.

 

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  Luca Francioso

«Conosco bene i miei limiti, ma non ne pongo mai ai miei sogni». (L.F.)