Una domanda impertinente

Lo scrittore Claudio Imprudente
Una serie di accadimenti perfettamente coordinati dalle sapienti mani della vita, mi ha condotto ad una domanda assai impertinente, una questione su cui – sebbene ci abbia pensato molto, a volte con attenzione e a volte distrattamente – ancora rifletto, come se una sola e definitiva risposta in effetti non bastasse.
L’intreccio degli episodi è cominciato con il racconto di un amico di vecchia data. Un amico con un sogno. È davvero confortante sapere che ci sono ancora persone pronte a rinunciare all’apparente sicurezza che il mondo continua a propinarci – simile ad uno scaltro venditore che le prova tutte pur di rifilare prodotti scadenti – per investire su ciò che prima o poi finisce con il rivelarsi talento e scopo della nostra vita. Ed è con questa meraviglia che ho ascoltato il sogno di Davide, un progetto individuale e sociale davvero importante che, se compiuto, avrebbe potuto cambiare totalmente il suo cammino. L’eventualità di questo sconvolgimento lo aveva spinto verso la guida di persone il cui simile progetto aveva già un posto e una forma e così, tra le parole di quel sogno, ho sentito per la prima volta parlare della comunità MARÀN ATHÀ, un gruppo di famiglie vicino Bologna che condivide tutto, dal tempo allo stipendio, non imbottigliati nel sottovuoto delle religioni, ma aperti al respiro della fede. Cosa assai diversa. Non è passato molto tempo da quel racconto per me così rivelante che io e Davide, spinti da un’urgenza differente ma comune, già stavamo parlando di un mio concerto in comunità. La cosa si è decisa talmente in fretta che da lì a qualche giorno tutto era confermato. Avrei suonato per le famiglie e la gente del posto.
L’intreccio è poi proseguito con una e-mail di qualche giorno dopo, in cui Giulia dell’associazione IL GERANIO di Prato chiedeva il mio intervento musicale ad un incontro che stava progettando per gli studenti di una scuola pratese con Claudio Imprudente. Avevo già conosciuto Claudio ad un incontro simile, a Camisano Vicentino, e il piacevole ricordo di quell’evento mi ha spinto subito a dare la mia disponibilità. In effetti mi faceva piacere rivederlo e riproporre qualcosa insieme, promessa – fra l’altro – che ci eravamo fatti. Una cosa però non capivo. Il nesso a cui il messaggio alludeva. Giulia si era riferita al mio prossimo concerto alla MARÀN ATHÀ (la rete aiuta molto la divulgazione, a quanto pare) quando aveva spiegato le strade che l’avevano condotta a me e proprio non ne intuivo la ragione.
Solo quando sono arrivato in comunità per il mio concerto, ultimo nodo di questo strano aggrovigliamento, e vedendo Claudio tra le famiglie, ho messo a fuoco tutta la faccenda, partita dal racconto di un sogno e arrivata alla condivisione di una realtà. Ora che sapevo che viveva lì, il mio intervento con lui a Prato si colorava di una nuova sfumatura, forte della certezza, sempre più ricca di esclamativi, che la vita gioca le sue pedine con astuzia e rara precisione.
Ed ecco la domanda impertinente che questo giro di avvenimenti ha distillato. Il tema dell’incontro a Prato: la disabilità è una sfiga o una sfida? L’ho letta più volte sullo schermo del mio computer, nella successiva e-mail di Giulia che mi informava sulle questioni tecniche, perché le domande apparentemente semplici nascondono insidie. La provocazione, infatti, mi aveva subito portato a rispondere quello che intuivo essere una risposta sensata, cioè che la disabilità è una sfida, ma ho aspettato prima di dirlo ad alta voce. Neppure in macchina, durante il viaggio la sera prima dell’incontro, ho sentenziato il mio verdetto, cominciando a dubitare che la risposta potesse essere una sola. E definitiva.
La mattina dopo, di fronte ai tantissimi sguardi dei ragazzi della scuola, attenti e distratti, curiosi e svogliati, accanto alla carrozzina di Claudio e alla sua lavagna trasparente e agli operatori che lo seguivano, non avevo ancora un’idea al riguardo. Ero agitato ed eccitato allo stesso tempo, non riuscivo a stare fermo! Le parole scambiate con Claudio poco prima dell’incontro erano servite a scegliere un modo quanto mai informale per proporre l’argomento, ma ritrovarmi davanti a tutto quel potenziale adolescenziale pronto ad essere espresso mi aveva comunque spiazzato. Mi accade sempre di fronte ai ragazzi: hanno una forza genuina e disarmante, soprattutto in gruppo, con cui riescono a metterti a nudo senza dire o fare niente, solo con qualche occhiata fra di loro o una risata trattenuta. È incredibile come ogni volta io mi senta esposto e indifeso. Neppure un teatro pieno zeppo di adulti mi fa questo effetto!
Ad ogni modo, il tentativo di stemperare la formalità ha dato subito un buon risultato, considerate le risate che qualche battuta di Claudio, degli operatori e mia ha suscitato. E l’incontro, in effetti, è proseguito senza intoppi emotivi, né nostri né dei ragazzi, che sembravano assorbire le parole e la musica come spugne. Spiavo con discrezione le loro occhiate curiose su Claudio e la sua disabilità, sui suoi metodi di comunicazione, e lentamente il loro slancio sincero e un po’ impacciato e le loro domande curiose hanno funzionato come uno spillo che ha fatto esplodere tutti i palloncini di disagio che avevo gonfiato, ritrovando l’agio nelle mani, sulla chitarra e nella voce. E lucidità.
Alla fine, grazie a questa fortissima interazione, mi è apparsa improvvisamente chiara la risposta a quella domanda impertinente, posta da Claudio e arrivata a me con quel giocoso e inevitabile incastro di situazioni. Mentre i ragazzi uscivano dall’Auditorium della scuola ho avvertito una profonda normalità nelle diversità di ciascuno: in quella di Claudio, più evidente agli occhi, in quella mia e in quella dei ragazzi, tutte miscelate in un’intensa condivisione. Ecco che allora sono arrivato a pensare che la disabilità non è né una sfida né una sfiga. È normale diversità. Sono sempre convinto che non ci sia una risposta unica e definitiva. Ma è così che la voglio vivere.
L’esercizio che precede un concerto

L'URLO di Munch
È chiaro che per salire su un palco per proporre la propria arte in modo efficace si debba passare molto tempo a perfezionarne il linguaggio, così da non inciampare in errori che ne comprometterebbero la riuscita. Ma è anche vero che spesso il bagaglio tecnico del nostro talento può non bastare di fronte al potere catastrofico che può avere l’esplosione emotiva, il cui scoppio si percepisce anche molto tempo prima di trovarsi dietro le quinte.
Nel caso più specifico della musica e della chitarra, l’esercizio sullo strumento che precede un concerto non può non tenere conto dell’influenza che la forte emozione di suonare di fronte a qualcuno avrà sull’esibizione. Bisognerà tenere sempre presente, infatti, che le condizioni emotive con cui si avrà a che fare sul palco ridurranno di una percentuale piuttosto alta la capacità di concentrazione e il controllo sulle mani. Per cui uno dei modi più efficaci di affrontare la preparazione ad un concerto – è chiaro che non è il solo – è quello di separare l’aspetto tecnico da quello emotivo e concentrarcisi in tempi diversi.
In primo luogo, forse il passo più scontato, si dovrà lavorare sulla propria capacità tecnica in modo da dare al repertorio una certa sicurezza “fisica”. Lavorare, cioè, perché i brani siano il più possibile “puliti” in ogni passaggio, a tempo e che procedano fluidi e senza sgambetti per tutto il tempo della loro durata. In altre parole bisogna tendere alla perfezione. Attenzione: non diventare perfetti (nessuno lo è!), ma raggiungere il picco del nostro potenziale, così da affrontare il fattore emotivo con un certo margine.
Il mio primo insegnante di chitarra classica, infatti, mi diceva sempre che nella solitudine della mia stanza devo rendere al 130% perché in una stanza affollata il 30% delle mie capacità l’avrebbe succhiato l’emozione.
Ecco che diventa importantissimo avere nelle dita la mappatura completa e assimilata di tutti i passaggi di tutti i brani da eseguire, al meglio delle nostre capacità, così da non trovarsi scoperti in caso di perdita di concentrazione.
Ora, una volta ottimizzato l’aspetto tecnico e la fisicità del proprio potenziale, è necessario affrontare l’aspetto emotivo, forse quello più difficile e delicato da trattare.
L’abitudine infatti di intervenire direttamente sulle emozioni, con l’improbabile tentativo di controllarle, non aiuta lo scopo, anzi genera ulteriore disagio quando ci si accorge che in effetti cambia poco o niente.
Secondo la RET (Terapia Razionale-Emotiva), la teoria psicologica che sta alla base degli studi dei meccanismi mentali ed emotivi ideata dallo psicologo statunitense Albert Ellis, le reazioni emotive ad un qualsiasi evento dipendono dai pensieri che l’individuo fa sull’evento e non dall’evento stesso.
Se salendo su un autobus pieno di gente sentiste qualcuno colpirvi dolorosamente alla schiena e, voltandovi, vi accorgeste che a colpirvi è stato un ragazzo con evidenti problemi di deambulazione, non avreste la stessa reazione emotiva che avreste nell’eventualità che a colpirvi fosse stato un energumeno frettoloso e poco rispettoso della fila. In entrambi i casi l’evento, cioè Il colpo alla schiena, è lo stesso, ma le reazioni emotive sono diverse perché diversi sono i pensieri che le hanno generate.
Secondo la RET, dunque, se definiamo A l’evento, B i nostri pensieri al riguardo e C le emozioni, non è mai A a causare C, ma B.
Questa teoria ci aiuta a capire le dinamiche emozionali che si innescano spesso, anzi direi sempre, durante un concerto o anche più semplicemente durante l’esibizione casalinga di fronte ad un amico o ad un gruppo di amici. La forte emozione che ci fa tremare, che ci rende poco lucidi e che annebbia la concentrazione non è frutto di un carattere sensibile e oltremodo emotivo, ma è diretta conseguenza di un pensiero che la RET chiama “svalutazione globale di sé o degli altri”, cioè un rosario distruttivo di pensieri tipo: “non sono abbastanza bravo”, “ora sbaglio, ora sbaglio”, “cosa penseranno di me?”.
Appreso questo, quindi, non è lavorando sul controllo delle emozioni che si ritroverà la lucidità per portare a termine l’esibizione, perché è altamente improbabile intervenire sui danni di una bomba già esplosa, è piuttosto sui pensieri che si dovrà operare una manovra costruttiva, perché sono la miccia da spegnere.
Se sul palco (o in salotto con gli amici), prima di cominciare il primo pezzo, le mani tremano e la concentrazione non trova un punto d’appiglio su cui ancorarsi, non sarà provando a calmare l’agitazione che cambierà la reazione emotiva, ma innescando pensieri diversi di forza uguale e contraria a quelli distruttivi, per esempio: “un errore non farà di me un inetto”, “sto facendo del mio meglio”, “indipendentemente da ciò che la gente può pensare il mio potenziale non cambia”. Questo non è il tentativo di convincersi o, peggio, di illudersi che andrà tutto bene, ma è smascherare pensieri irreali e distruttivi e sostituirli con pensieri reali e costruttivi.
Certo questo lavoro di riconoscimento, attacco e trasformazione dei pensieri non è semplice, richiede una certa pratica e allenamento, perché si sarà sempre tentati di seguire i vecchi percorsi mentali e di agire quindi sull’emozione. Ma anche la tecnica dello strumento prevede pratica e allenamento e certo non è il barrè a fermare gli aspiranti chitarristi.
Le volte che sono riuscito ad applicare la RET ho notato che è cambiato completamente l’approccio alla serata: non c’è stata più paura dentro di me, ma quella sana scossa di elettricità in tutto il corpo che spinge ad eccellere e che qualcuno, a volte, scambia per presunzione. Non è che l’emozione è scomparsa, è rimasta, ma è diventata parte del gioco: non più un ostacolo, ma un sapore da gustare. Perché il punto non è non emozionarsi, il che è impossibile e comunque se così fosse credo che smetterei di suonare oggi stesso, ma è non esserne vittima. L’arte è condivisione emotiva non intralcio emotivo. Le volte infatti che sono rimasto vittima delle mie emozioni (spesso, in effetti!) la paura di sbagliare – soprattutto nelle occasioni importanti – ha annichilito le mani e annebbiato al vista, con il risultato di un concerto dallo schermo piatto, la cui condivisione non si è compiuta.
Il video live del brano IN VIAGGIO
In questo video suono il brano IN VIAGGIO, tratto dal mio CD SCHIZZI SU CARTA (Velut luna, 2002), durante il concerto al Circolo FAHRENHEIT 451 di Padova (PD) il 14 novembre 2009. Questa versione video è stata registrata a 432Hz Natural Tuning con la COLOMBO GUITAR.
È stata una bella serata, condivisa con tanta gente, sebbene alle ore 22.05 il circolo fosse ancora del tutto vuoto. Seduti ad un tavolino, fra i tavolini muti e in penombra, c’eravamo solo io e Gigiuz (l’amico che mi segue sempre nei live) impegnati in sporadiche conversazioni con i gestori al di là del bancone del bar. Non un gran segnale, in effetti, considerato che il concerto era previsto alle ore 22.00. Poi, però, come spesso accade, da un momento all’altro come in un cambio improvviso di scena, ci siamo ritrovati stretti tra il calore e il chiacchiericcio di molta gente, arrivata in gruppi sparsi più o meno numerosi. Anche se sono sempre pronto a tutto, facendo parte del gioco la possibilità di suonare per pochissimi coraggiosi, non nascondo che la cosa ha dato conforto e vigore alla serata pronta a partorire, simile ad una madre felice ma incerta, il concerto per cui era stata preparata.
Un silenzio quasi surreale ha accolto il mio ingresso in scena. Solitamente birrerie e circoli condiscono con una certa indifferenza la presenza e le note del musicista di turno, subendone passivamente le intenzioni tra una birra e l’altra. Invece, con mia grande sorpresa e gratitudine, il jack che infilzava la COLOMBO GUITAR ha provocato una gradevole eco fra le mura del circolo. Piacevole rumore.
Nonostante il felice prologo, però, la prima parte del concerto non è stata delle migliori. Un po’ di imprecisione iniziale mi ha innervosito, causando una certa rigidità nell’esecuzione. Solo a metà serata sono riuscito a ritrovare l’agio sulle corde, aiutato soprattutto dalla risposta delle gente ricca d’affetto ed energia. Credo che nel mio cuore rimarrà impresso per giorni il lungo applauso che ha salutato l’accordo finale, segnale di una condivisione avvenuta.
Riguardando il video che ho postato riesco ancora a sentire quell’emozione forte e mi auguro che averlo divulgato aiuti ad allargare la condivisione.
«Conosco bene i miei limiti, ma non ne pongo mai ai miei sogni». (L.F.)



